Caso Grillo, l’inefficace difesa di un padre per il figlio indagato per stupro di gruppo

“sono lasciati liberi per due anni, perchè?”

Queste le uniche parole che meritano di essere evidenziate nel video di Beppe Grillo, che a difesa del figlio Ciro Grillo utilizza parole discutibili ed offensive per tutte le vittime di violenza sessuale (in gergo tecnico) o stupro (in gergo colloquiale).

Due anni… sì sono due anni che quattro persone, tra cui Ciro Grillo, sono sottoposte ad indagini per presunta violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza nella villa in Sardegna di Beppe Grillo.

Due anni… sì sono due anni che questi presunti colpevoli sono a piede libero continuando a condurre la loro vita quotidiana nello stesso identico modo in cui la conducevano prima del “fatto”.

Due anni… sì sono due anni che la vittima attende di avere giustizia, di veder stampato su carta quello che ha subito e quello che oggi devono scontare i presunti colpevoli.

Ma materiale probatorio alla mano (si parla di video, di foto e di messaggi) sono legittimi due anni di indagini per stupro di gruppo, con dei presunti colpevoli a piede libero ed una vittima in attesa di tutela?

Cosa dice la Legge?

Le indagini hanno inizio con il deposito della denuncia-querela da parte della vittima di un reato. L’art. 407 del codice di procedura penale sancisce esplicitamente che la durata delle indagini preliminari non può superare i diciotto mesi, tranne nei casi di delitti più gravi, come omicidio o associazione di tipo mafioso anche straniera, per i quali la durata massima è di due anni.

Questo termine, purtroppo, non viene quasi mai rispettato.

Infatti, in tema di lungaggini delle indagini preliminari, con la recente sentenza Petrella c/ Italia del 18 marzo 2021 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia rilevando una violazione dell’art. 6 e dell’art. 13 della CEDU.

La Corte evidenzia che l’indagine per un fatto non complesso che si dilunghi inutilmente viola il diritto della persona offesa ad una celere risposta dell’autorità dinanzi alla denuncia di fatti penalmente rilevanti; l’inerzia degli inquirenti nella gestione dell’accertamento si concilia negativamente con l’art. 6, §1 CEDU (ragionevole durata del procedimento) e ricade sulla posizione dell’offeso, che non ha strumenti effettivi per fare valere le proprie istanze e per sollecitare l’avvio di un giudizio penale sui fatti che lo hanno colpito.

“chi viene stuprato e fa una denuncia dopo 8 giorni”

Beppe Grillo nel suo video vorrebbe lasciar intendere che suo figlio Ciro è innocente perché la ragazza era consenziente e perchè non ha denunciato subito lo stupro di gruppo. Tale grave affermazione non meriterebbe neppure commento.

 

 

Grillo, probabilmente, non sa quale sia la difficoltà di una donna nell’avere consapevolezza e forza di raccontare quello che ha subìto.

Proprio per tale motivo il reato di violenza sessuale è stato inserito nel codice rosso(Legge n. 69 del 19 luglio 2019) che ha previsto sanzioni più severe per l’autore del reato ed un termine più lungo per la denuncia del reato di violenza sessuale, che da 6 mesi è stato ampliato a 12 mesi.

“perché una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf”

Il padre dell’indagato, Beppe Grillo, accusa la ragazza anche di aver praticato kitesurf dopo il presunto stupro. Tralasciamo commenti personali su questa affermazione, sul punto rispondiamo richiamando la sentenza della Corte di Cassazione, sezione penale, n. 5512 depositata il 12 febbraio 2020 posta in linea con il costante orientamento secondo il quale non è possibile desumere il consenso della persona offesa dai suoi comportamenti successivi alla violenza.

Tale statuizione empaticamente può sembrare scontata.

Giuridicamente, invece, più prove devono condurre in modo univoco all’accertamento del compimento del reato da parte dell’autore e il comportamento successivo della vittima è un elemento importante su cui, spesso, l’imputato fonda la propria difesa.

“si vede che c’è la consensualità”

Questo è il motivo per cui le donne, purtroppo spesso, non denunciano lo stupro subìto. Questo è l’apice della mentalità maschilista, quella mentalità dichiarata dall’Avv. Bongiorno che si combatte tutti i giorni, anche in Parlamento. E queste sono le parole di un personaggio politico, Beppe Grillo, che usa il suo ruolo politico per diffondere una comunicazione fuorviante su un episodio ancora sotto indagine.

L’esposizione mediatica di un genitore a difesa di un figlio maggiorenne indagato di stupro, (l’autore del video, Grillo, parla esclusivamente dal punto di vista degli indagati), è pericolosa anche per il messaggio che si diffonde sia per le vittime che per il ruolo di genitore. Sta di fatto che, giuridicamente, una persona che viene costretta a bere mezzo litro di vodka non può avere capacità di intendere e di volere nè tantomeno lucidità per esprimere un eventuale consenso, che comunque sarebbe “viziato”.

Ma viepiù, lo stato di ubriachezza della vittima è un’aggravante e di conseguenza viene sanzionata ancor più severamente “la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcool e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione delle dette sostanze” (Cass. Pen. n. 32462/18).

Da ultimo, ma non per ultimo, si rileva che non si comprende questo tentativo di “difesa” del padre verso il figlio maggiorenne, poiché la responsabilità penale è personale e non collettiva né tantomeno familiare.

Inoltre, Ciro Grillo è maggiorenne e non vi può essere alcuna responsabilità, neppure civile e risarcitoria, dei genitori nei confronti della vittima.

Pertanto la frase “allora arrestate anche me perché ci vado io in galera”, non ha alcun significato giuridico, dimostrando unicamente il malriuscito tentativo di approntare una difesa palesemente inefficace nei confronti di un figlio indagato.

“Mi lascia colpita che, dopo due anni di indagini e non prima, ci sia un intervento mediatico così scomposto di un genitore nei confronti del figlio indagato di stupro collettivo, sollevando il legittimo dubbio che forse c’è  odore di rinvio a giudizio?”

Queste le parole dell’Avv. Maria Luisa Missiaggia che affronta il tema della violenza di genere sia a difesa delle donne che per la cura dell’uomo violento con www.studiodonneonlus.com. Due facce di una stessa medaglia, con una soluzione che non sarà nella protezione o giustificazione delle azioni del reo ma semmai nella cura di un disagio personale da affrontare seriamente. Mi auguro che tutto questo parlarne, spingerà la Magistratura ad accelerare i processi penali al fine di rendere le indagini veloci efficienti e tutelanti le vittime con percorsi alternativi alla pena anche nell’ambito dei reati contro la violenza sessuale e di genere.