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Unione civile: viene riconosciuto l’assegno di mantenimento di 350 euro in favore della ‘coniuge’ più debole.

Si tratta del primo “divorzio” di una coppia omosessuale da quando è stata approvata la Legge Cirinnà.

È quanto ha  stabilito il mese scorso il giudice Gaetano Appierto del Tribunale di Pordenone. Il primo Tribunale ad essersi pronunciato sulla materia.

Protagoniste della vicenda sono due donne che già convivevano stabilmente more uxorio dal 2013 e che avevano potuto perfezionare il loro vincolo solo nel 2016, dopo l’intervento della normativa sulle unioni civili. Normativa che “equipara” quasi pressoché in toto questo istituto al matrimonio.

La Legge Cirinnà consente di accedere subito al divorzio senza passare per la fase propedeutica della separazione ed inoltre, non prevede, per gli uniti civilmente, l’obbligo di fedeltà, facendo così venir meno, sul punto, anche l’istituto dell’addebito della separazione.

La coppia ha deciso di divorziare, cosicché il Tribunale di Pordenone ha riconosciuto un assegno di mantenimento pari a 350 euro alla coniuge “più debole”. Era lei, infatti, che aveva deciso di trasferire la propria residenza non solo per la “maggior comodità del posto di lavoro rispetto ai luoghi di convivenza (Pordenone piuttosto che Venezia), ma anche – sottolinea nel provvedimento il Giudice Gaetano Appierto – dalla necessità di coltivare al meglio la relazione e trascorrere quanto più tempo possibile con la propria compagna, non comprimendo il tempo libero con le ore necessarie per il lungo trasferimento per almeno due volte al giorno”. In sostanza , la parte economicamente più debole ha cambiato città per vivere con la compagna e lasciando anche  il lavoro, optando per uno meno retribuito. Il Tribunale rileva quindi una perdita di chance, rifacendosi alla Sentenza a Sezioni Unite della Cassazione 18287/2018.

Quindi “l’assegno di mantenimento sarà di 350 euro al mese a carico della coniuge economicamente più forte che occupa ancora l’abitazione condivisa all’epoca della relazione”.

Queste le parole della senatrice Monica Cirinnà relatrice della legge sulle unioni civili “Mi fa piacere leggere che, per la prima volta, un Tribunale ha applicato la legge sulle unioni civili anche in sede di scioglimento, riconoscendo un assegno alla coniuge debole, la legge 76/2016 equipara coppie sposate e coppie unite civilmente anche nella fase di scioglimento del vincolo, riconoscendo anche in questo caso che ogni famiglia ha diritto allo stesso trattamento giuridico”

Anche in caso di divorzio tra due donne unite civilmente deve essere riconosciuto un assegno divorzile periodico a favore della ‘coniuge’ più debole.

 

Ma che cos’è nello specifico l’unione civile o per meglio dire la Legge Cirinnà?

Con la legge Cirinnà è stata riconosciuta a persone maggiorenni dello stesso sesso la possibilità di unirsi civilmente, recandosi davanti all’ufficiale di stato civile insieme a due testimoni. L’atto di unione così redatto viene registrato nell’apposito “archivio dello stato civile” del proprio comune di appartenenza.

Al momento della registrazione dell’unione, “per la durata dell’unione civile”, la coppia può decidere di assumere o meno un cognome comune scegliendolo tra uno dei propri e una delle parti può anche stabilire di anteporre o posporre il proprio al cognome comune. Allo stesso modo del matrimonio, le coppie possono scegliere tra comunione e separazione dei beni, per quanto riguarda il regime patrimoniale.

Tra gli obblighi derivanti dall’unione vi sono: L’assistenza morale, materiale e alla coabitazione. Ciascuna parte deve contribuire, in relazione alle proprie possibilità (sia economiche che di capacità professionali e casalinghe), ai bisogni comuni. Tra i doveri derivanti dall’unione c’è anche quello di fissare una residenza comune e concordare l’indirizzo della vita familiare.

Non è previsto l’obbligo alla fedeltà.

Non possono unirsi civilmente

  • due persone eterosessuali; qualora una delle parti sia già sposata o unita civilmente;
  • se una delle parti è interdetta;
  • se sussistono tra le parti rapporti di parentela;
  • se una delle parti è stata condannata in via definitiva per l’omicidio del coniuge o della persona con cui era unita civilmente. L’unione è sospesa in caso di rinvio a giudizio o di sentenza non definitiva.

In caso di morte, il partner superstite ha diritto alla pensione di reversibilità e al tfr della parte deceduta, come avviene con il matrimonio Per quanto riguarda la successione, in caso di decesso di un membro della coppia, all’altro spetta il 50% dei beni mentre il resto va agli eventuali figli.

Lo scioglimento di un’unione civile ricalca in gran parte la procedura che riguarda il divorzio.

Esso interviene

  1. a seguito della morte di una delle parti;
  2. per volontà dei partner manifestata davanti all’ufficiale di stato civile cui segue, a distanza di almeno 3 mesi, domanda di scioglimento da parte di uno o di entrambi i partner;
  3. a seguito di una sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso di una delle parti.