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Violenza sessuale a danno dei figli minori: la madre che viene a conoscenza dell’abuso sessuale sul figlio è tenuta a denunciare il marito?

Cassazione Penale, Sezione III, 17 gennaio 2012, Pres. Mannini, n. 1369.

Con la sentenza emessa il 22.9.2008 dal G.i.p. del Tribunale di Vibo Valentia, il Sig. V.F. condannato del reato di abuso sessuale aggravato sul minore di cui agli artt. 609 quater c.p., ultimo comma, in relazione all’art. 609 ter, secondo comma, e 609 bis e 66, n. 11, c.p. per aver con la forza costretto la figlia minore V.G, dall’età di sette a dodici anni, a subire atti sessuali,  veniva a subire la pena di sei anni di reclusione, oltre a pene accessorie. Il medesimo Tribunale aveva, altresì, condannato a quattro anni di reclusione la madre della piccola, colpevole dei medesimi reati in relazione all’art. 40, comma 2, c.p., per avere concorso con il medesimo nella commissione degli stessi. Concorso nel reato consistito nell’aver consentito al padre di appartarsi con la figlia consapevole dell’abuso commesso e di cui aveva omesso di fare denuncia.

In particolare, nella sentenza si afferma che, in violazione del ruolo e della posizione di garanzia che ogni genitore ha l’obbligo di rivestire, l’omessa denuncia dei fatti all’autorità era una evidente violazione del dovere di impedire l’evento, con conseguente dichiarazione di responsabilità nel reato di cui all’art. 609 bis c.p. per violazione degli obblighi ex art. 40 c.p.

La Corte d’Appello di Catanzaro, nel confermare la sentenza di primo grado, rilevando la sussistenza di prove a carico di entrambi gli imputati, basava il proprio convincimento sulle dichiarazioni accusatorie della persona offesa, ovvero della figlia ormai maggiorenne, perchè ritenute precise, concordanti, e coerenti nonché riscontrate dalle testimonianze delle persone che ne avevano raccolto le confidenze. Condannava altresì la donna per omessa denuncia del marito pure se a conoscenza degli abusi e benché avesse allontanato la figlia in altra sede, ovvero lontano dal padre.

La Corte di merito era addirittura venuta a dichiarare che l’allontanamento della figlia ed il suo internamento in un istituto lontano dal luogo di residenza familiare e dal padre non erano sufficienti perché non si concretizzavano come iniziative idonee  a far ritenere soddisfatto l’obbligo di intervento e di garanzia.

A detta della Corte di Appello di Catanzaro: “l’obbligo di intervento impone alla madre di tenere un comportamento comunque idoneo ad impedire l’evento, ivi compresa eventualmente anche la denuncia del coniuge, sempre però che non vi sia la possibilità di altri interventi idonei”.

L’imputata quindi proponeva personalmente ricorso per Cassazione deducendo l’insufficiente e manifesta illogicità della motivazione. Lamentava in particolare che non sussistevano i presupposti e gli estremi di una responsabilità omissiva, stante l’assenza della prova della volontà delle inosservanze agli obblighi e della loro finalizzazione alla realizzazione dell’evento giuridico.

La Suprema Corte di Cassazione veniva dunque evocata sulla posizione di garanzia assunta dalla madre nei confronti della figlia, con precisi obblighi giuridici per impedire quanto meno il ripetersi dell’azione delittuosa.
In altre parole, il quesito era se vi fosse o meno in capo alla madre il preciso obbligo di legge di denunciare il marito, dopo aver saputo dell’abuso sessuale. Nel caso di specie, la Corte Suprema di Cassazione decideva allora per l’accoglimento del ricorso della donna con conseguente annullamento della condanna a suo carico e rimandava la stessa ad un nuovo giudizio di merito, in quanto rilevava un vizio di motivazione nella sentenza della Corte di Appello, perchè contraddittoria. Da un lato, infatti, considerava l’allontanamento della figlia dalla casa familiare come atto necessario, dall’altro lato, però, non spiegava perché occorresse pure arrivare alla denuncia del padre per ritenere soddisfatto l’obbligo giuridico di intervento.

Dunque l’omessa ed insufficiente motivazione da parte della Corte d’Appello impedisce la necessarietà dell’obbligo di denuncia dell’abuso da parte della madre ove in presenza di intervento alternativo (vedi allontanamento dalla casa) a tutela del minore.

Diritto e giurisprudenza

La pronuncia in esame risulta di particolare interesse perché affronta una questione di diritto molto importante, quanto delicata: una madre, laddove scopre gli abusi sui figli per opera del padre, deve necessariamente denunciare il marito  o può compiere atti alternativi che tutelino il minore?

L’omessa denuncia potrebbe configurare una responsabilità penale a carico del genitore rimasto silente, che conosce dell’abuso e non denuncia, in virtù del dettato normativo ex art. 40 c.p., solo e nel caso in cui non vi è altra attivazione  da parte del genitore non abusante.

Ed in effetti la posizione di garanzia dei genitori nei confronti dei figli si può esprimere attraverso atti di tutela che non trovano espressione esclusiva in atti di denuncia.

La posizione di garanzia dei genitori nei confronti dei figli, sia legittimi che naturali, trova infatti fondamento in diversi riferimenti normativi: in primo luogo, nell’art. 30 della Cost.: “ i genitori hanno il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”. Allo stesso modo l’art. 147 c.c. recita che in materia di doveri dei genitori verso i figli vi è quello “di mantenere, istruire, educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli”. Ciò sta a significare che proprio dalla posizione di garanzia che la legge riconosce in  capo a ogni singolo genitore, rientra pure il dovere in capo allo stesso di impedire eventi lesivi o pericolosi in grado di danneggiare gli stessi, in quanto “vi è l’obbligo per il genitore di tutelare la vita, l’incolumità e la moralità sessuale dei minori contro altrui aggressioni, anche endofamiliari”(Cass. Pen. 14 dicembre 2007, n. 4730).

Quello che non è pacifico, però, è stabilire in che cosa deve concretizzarsi l’obbligo di protezione dei figli: specialmente di fronte a un caso estremamente grave e serio quale la molestia sessuale, come deve comportarsi un genitore? L’abuso sessuale intrafamiliare rappresenta il 70% degli abusi a danno dei minori. Molte volte a prevalere è il sentimento di vergogna, imbarazzo e di incertezza dell’altro genitore che ritiene più opportuno non denunciare il fatto all’autorità giudiziaria, considerandolo un atto estremo la cui opportunità è difficile da trovare.

Ebbene, la giurisprudenza con la sentenza qui sopra esaminata fa sicuramente luce a riguardo affermando chiaramente che la posizione di garanzia del genitore impone a quest’ultimo di porre in essere tutti gli interventi concretamente idonei  a far cessare o impedire l’attività delittuosa, che non necessariamente deve concretizzarsi in una denuncia.

L’obbligo di denuncia si concretizza solo quando nella denuncia si intravede la sola condotta più significativa ed idonea per interrompere l’attività: pertanto, va fatta un’analisi del caso specifico nel quale va condannato, a prescindere o meno dalla presenza della denuncia, il comportamento del genitore che non è riuscito ad intervenire tempestivamente e con efficienza per impedire la violenza o il suo perpetrarsi.

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