Nella sentenza di separazione e nei provvedimenti provvisori la condanna al rilascio della casa familiare deve ritenersi implicita se viene revocata l’assegnazione della casa familiare

Cassazione Civile, III Sezione, sentenza n. 1367 del 31 gennaio 2012

Sul piano dell’esecuzione, ciò comporta che il provvedimento, o la sentenza, con cui il diritto è attribuito, contiene in sé implicitamente, la condanna al rilascio nei confronti dell’altro coniuge; attribuzione e rilascio non si pongono su due piani distinti: il rilascio non si pone come consequenziale all’attribuzione, ma come coessenziale per la nascita stessa del diritto. Conseguente è l’irrilevanza dell’esistenza o meno dell’espresso ordine di rilascio nel provvedimento/sentenza attributivi del diritto stesso e l’idoneità del titolo, contenente anche solo l’espressa attribuzione del diritto stesso”.

Il fatto
Il tribunale di Lecce, con sentenza del giugno 2004 definiva il giudizio di separazione tra due coniugi e revocava l’assegnazione della casa familiare – di proprietà esclusiva del marito C.S. –   alla moglie R.G., in modifica della precedente ordinanza di assegnazione del gennaio 2011 emessa all’esito dell’udienza Presidenziale.

L’ex coniuge R.G., malgrado l’intervenuto provvedimento a favore dell’altro coniuge proprietario del bene medesimo, non era intenzionata ad andarsene dalla casa familiare e pertanto C.S. notificava a R.G. atto di precetto per il rilascio dell’immobile, unitamente alla sentenza di separazione di primo grado munita di formula esecutiva.

La Sig.ra R.G., allora, presentava atto di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., lamentando la mancanza nel titolo esecutivo dell’ordine del rilascio dell’immobile: ovvero, parte opponente riteneva che nel primo capo della sentenza di primo grado che testualmente recitava “revoca l’assegnazione della casa coniugale a R.G” , non disponeva nulla in ordine a un rilascio immediato entro un certo termine alla stessa.

Nel contraddittorio tra R.G. e C.S, il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Castrano, in composizione monocratica, rigettava l’opposizione con sentenza del 18 dicembre 2008  sulla base della seguente motivazione: al caso di specie, non è applicabile il principio costante, pur condiviso e acclarato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui possiedono efficacia di titolo esecutivo (solo) le pronunce giudiziale di condanna ad un dare o ad un fare ben determinato.

Il Tribunale, infatti, dichiarava che “la sentenza azionata in executivis è peculiare perché, se ha efficacia esecutiva, anche in assenza di apposita intimazione di rilascio, normalmente mancante, l’ordinanza presidenziale ex art. 708 c.p.c., che all’esito di una fase sommaria assegna la casa familiare, non può attribuirsi minore efficacia cogente ad una statuizione di analogo contenuto, per di più, emanata all’esito di una cognizione piena”.

R.G. , allora, avverso a tale decisione propone ricorso per Cassazione deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 474 c.p.c., ribadendo nella propria difesa che la sentenza che statuisce solo sulla premessa logico-giuridica dell’obbligo di consegna non è azionabile con azione esecutiva, stante la mancata previsione di un obbligo restitutorio.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1367/2012, ha rigettato il ricorso atteso che “la condanna al rilascio deve ritenersi implicita nel provvedimento e nella sentenza con cui viene revocata l’assegnazione della casa familiare. Sul piano dell’esecuzione, ciò comporta che il provvedimento, o la sentenza, con cui il diritto è attribuito, contiene in sé implicitamente, la condanna al rilascio nei confronti dell’altro coniuge; attribuzione e rilascio non si pongono su due piani distinti: il rilascio non si pone come consequenziale all’attribuzione, ma come coessenziale per la nascita stessa del diritto. Conseguente è l’irrilevanza dell’esistenza o meno dell’espresso ordine di rilascio nel provvedimento/sentenza attributivi del diritto stesso e l’idoneità del titolo, contenente anche solo l’espressa attribuzione del diritto stesso”.

Tale pronuncia trova le proprie ragioni sulle seguenti motivazioni: a) l’assegnazione della casa coniugale, proprio per la sua collocazione nell’ambito delle rapporti familiari in crisi, si sostanzia unicamente nel diritto di continuare a vivere nell’abitazione familiare senza l’altro coniuge; b) tale diritto personale di godimento, sui generis, non può venire ad esistenza se non si accompagna all’allontanamento dell’altro coniuge; 3) dalla natura speciale di tale diritto, ne deriva che il provvedimento o la sentenza con cui il diritto è attribuito, contiene in sé implicitamente la condanna al rilascio nei confronti dell’altro coniuge, in quanto senza rilascio non viene ad esistere per sua natura il diritto di assegnazione.
Pertanto, l’espressa attribuzione del diritto di assegnazione della casa familiare ad un coniuge , sia in sede di provvedimenti provvisori sia che in sentenza, implica la condanna implicita dell’altro al rilascio immediato del bene stesso.

Il diritto
Tale pronuncia della Suprema Corte è interessante perché affronta uno dei nodi più spinosi della separazione: il coniuge assegnatario della casa familiare può agire in via esecutiva contro l’altro coniuge, se quest’ultimo non vuole andarsene?
Secondo la giurisprudenza di legittimità la risposta è affermativa, data la natura del tutto peculiare  del diritto di assegnazione della casa familiare , il quale trattandosi di un diritto di godimento esclusivo, la cui funzione è quella di perseguire interessi primari, di natura personale, essenzialmente collegati alla tutela dei figli minori e del coniuge più debole, viene ad esistere solo ed esclusivamente a seguito del rilascio dell’altro coniuge.

Come si evince da tale recentissima pronuncia della Corte di Cassazione, va detto che nel provvedimento di assegnazione della casa familiare il rilascio è coessenziale alla nascita del diritto stesso.
Tale soluzione rispecchia perfettamente anche altre pronunce nelle quali la giurisprudenza di merito e di legittimità si sono espresse nella risoluzione di lunghi ed estenuanti conflitti economici-patrimoniali in cui la coppia in crisi duella per l’ottenimento del bene, quale la casa familiare.

In tali casi, emerge infatti uno degli aspetti più importanti e peculiari del diritto di famiglia: il diritto speciale del godimento della casa familiare, quale diritto di detenzione qualificato (V. fra tutte Trib. Messina, sez. I, 15 luglio 2010) che sorge tra i coniugi e che sopravvive fino a quando esiste la convivenza coniugale, ovverosia fino a quando sussiste l’obbligo del coniuge a convivere  nella stessa dimora come previsto all’art. 143 c.c.

A tal riguardo, si precisa che il diritto naturale a vedersi assegnata la casa familiare  coincide con il principio di diritto secondo cui la casa familiare va intesa e tutelata dall’ordinamento come quel bene  centro di relazione ed interessi, nella quale si è sviluppato e creato negli anni della convivenza matrimoniale una famiglia, nella quale i figli minori nati dal matrimonio rappresentano il centro della tutela familiare.

Tale aspetto non va sottaciuto se si pensa che la realtà nella quale viviamo oggi presenta uno spaccato familiare molto più complesso e meno tradizionale, nel quale il numero delle famiglie di fatto cresce unitamente a nuove convivenze sempre più numerose tra persone separate, tanto è vero che rimanendo in tema di assegnazione della casa familiare la Suprema Corte con la sentenza n. 20688/2008 ha difatti ritenuto opportuno affermare che “deve escludersi che possa darsi luogo ad assegnazione della coniugale al coniuge non affidatario dei figli minori o non convivente con figli maggiorenni non autosufficenti economicamente, così la situazione non muta allorquando con il coniuge divorziato che richiede l’assegnazione conviva un figlio minore che però non sia anche figlio dell’altro coniuge, ma di una persona diversa”.

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