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Dichiarazione mendace su cambio di residenza

In risposta al quesito proposto con mail inviata a codesto Studio, con particolare riferimento alla sussistenza di ipotesi delittuosa in caso di rilascio da parte di soggetto privato (nella specie la coniuge)  di dichiarazioni mendaci alla Pubblica Amministrazione, (nella specie falsa attestazione del cambio di residenza della predetta al Comune di Catania e all’Autorità religiosa come da certificati allegati alla mail stessa), espongo quanto segue:

La dichiarazione di residenza è resa a norma del DPR 445/2000. Pertanto in caso di dichiarazioni mendaci, si applicano gli art. 76 e 77 dello stesso dpr, che dispongono la decadenza dai benefici acquisiti (ovvero il ripristino della posizione anagrafica precedente, come non fosse mai intervenuta alcuna modifica), nonché il rilievo penale.
E’ inoltre previsto per il pubblico ufficiale che procede l’obbligo della comunicazione della notizia di reato all’Autorità Giudiziaria competente.

L’art. 76 del DPR 445/2000 cosi recita:
“Chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal presente testo unico è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia.
L’esibizione di un atto contenente dati non più rispondenti a verità equivale ad uso di atto falso.
Le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi degli articoli 46 e 47 e le dichiarazioni rese per conto delle persone indicate nell’articolo 4, comma 2, sono considerate come fatte a pubblico ufficiale.
Se i reati indicati nei commi 1, 2 e 3 sono commessi per ottenere la nomina ad un pubblico ufficio o l’autorizzazione all’esercizio di una professione o arte, il giudice, nei casi più gravi, può applicare l’interdizione temporanea dai pubblici uffici o dalla professione e arte.

Nel caso in esame la coniuge si è resa responsabile dei primi due commi del predetto articolo, ovvero:
a) ha rilasciato dichiarazioni mendaci alle Autorità sostenendo di risiedere ancora nella casa di cui ai certificati formando un falso;
b)  ha esibito l’atto contenente dati non veritieri integrando gli estremi di un falso ideologico di cui al combinato disposto degli artt. 483 e 495 cp.

Il delitto di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico sussiste solo quando l’atto pubblico, nel quale la dichiarazione è stata trasfusa, sia destinata a provare la verità dei fatti attestati e cioè quando una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti all’atto documentato nel quale la dichiarazione è stata inserita dal pubblico ufficiale ricevente. (Cass. 27.05.2011 n. 39610). Né è richiesta la realizzazione di un danno specifico.

A tal riguardo la CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. III del 14/12/2011 con Sentenza n. 46328 ha statuito che il reato di cui all’articolo 483 c.p. è configurabile allorché un soggetto attesti falsamente a pubblico ufficiale in un atto pubblico fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, in questo reato vengono in rilievo due dichiarazioni: quella del privato che attesta un fatto e quella del pubblico ufficiale che attesta di avere ricevuto la dichiarazione del privato. Ai fini della consumazione, trattandosi di reato di pericolo, non è richiesta la realizzazione di un danno. Il reato si  consuma quindi al momento del rilascio della dichiarazione al pubblico ufficiale anche se l’iter procedimentale non sfoci in provvedimenti amministrativi.

Altresì appare ravvisabile l’applicazione dell’art. 495 cp tenuto conto che la coniuge, nell’omettere di riferire l’avvenuto cambio di residenza da quella che sarebbe diventata la casa familiare, ha falsamente dichiarato e attestato al Pubblico Ufficiale la qualità della propria persona penalmente tutelata tra cui rientra la propria residenza. La pena è la reclusione da uno a sei anni salvo intervenuta prescrizione. E non è comunque inferiore a due anni se si tratta di dichiarazioni in atti dello stato civile come nel caso di specie.

Conclusione
Ai fini religiosi tale circostanza della falsa attestazione della comune residenza potrebbe costituire uno dei motivi per richiedere l’annullamento stante la presenza di un vizio del consenso.
Da un punto di vista civile appare complicato ravvisare un danno che tuttavia nell’approfondimento del caso può essere studiato e preso in considerazione.
Penalmente sussistono gli estremi della querela sempre approfondendo i termini di decorrenza e le modalità di redazione.

Certa di aver risposto al quesito propostomi e ringraziandola per aver scelto lo Studiodonne
Cordiali saluti
Avv. Maria Luisa Missiaggia
Socia AMI – Associazione Matrimonialisti Italiani

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