ATTI DI DISPREZZO E REATO DI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

A cura dell’Avv. Maria Luisa Missiaggia e dell’Avv. Maria Giulia Fenoaltea

Mio marito mi insulta continuamente e mi disprezza come madre e come moglie, tuttavia non è violento fisicamente, commette qualche reato?

 

 

IL REATO DI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Il reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) è una norma del codice penale che punisce chiunque maltratta un familiare o un convivente ovvero un soggetto sul quale esercita un’autorità per ragioni di lavoro, di status sociale ovvero su una persona che gli è stata affidata per le ragioni previste dalla norma.

Com’è noto, trattasi di una fattispecie criminosa a forma libera, che viene consumata unicamente all’interno di precisi rapporti tra agente e vittima (matrimonio, convivenza, rapporto di autorità, rapporto di affidamento per ragioni di educazione, cura, vigilanza, custodia o per l’esercizio di arti o professioni).

Il reato de quo si caratterizza per la commissione nel tempo di atti di sopraffazione, delittuosi o meno, tali da offendere la personalità della vittima.

 

La condotta tipica richiede l’abitualità, ossia la ripetizione nel tempo dei comportamenti maltrattanti. Questi ultimi in cosa consistono nello specifico?

I maltrattamenti possono concretizzarsi nelle forme più svariate, stante la difficoltà di prescrivere in una formula legislativa le varie specie di maltrattamenti. In generale, consistono in atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale, consumati all’interno della famiglia ovvero sulle figure su descritte. È importante specificare che, sporadici litigi ovvero episodi di violenza o prevaricazione morale occasionali, non possono integrare il reato in questione, per la mancanza dell’abitualità della azione delittuosa.

 

COSA HANNO STABILITO I GIUDICI DELLA SUPREMA CORTE?

 

Il caso sottoposto alla Corte di Cassazione vedeva una donna continuamente umiliata, minacciata e sopraffatta da suo marito, a tal punto che si generava nella stessa uno stato di sudditanza, protrattosi negli anni.

Le violenze fisiche subite dalla vittima tuttavia, erano meno frequenti delle aggressioni verbali, ingiurie, e dei numerosi comportamenti denigratori della sua qualità di madre e di moglie.

A ben vedere, tali maltrattamenti avevano imposto alla donna un regime di vita vessatorio, mortificante e insostenibile.

Sul caso in questione si è espressa la Suprema Corte, sancendo che: “i maltrattamenti in famiglia integrano, come noto, un’ipotesi di reato necessariamente abituale che si caratterizza per la sussistenza di comportamenti che acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo.

Tali comportamenti possono consistere in percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni e umiliazioni imposte alla vittima, ma anche in atti di disprezzo e di offesa alla sua dignità, che si risolvano in vere e proprie sofferenze morali.

In ogni caso, si deve trattare di comportamenti idonei ad imporre alla persona offesa un regime di vita vessatorio, mortificante e insostenibile” (Cassazione penale sez. VI, 09/04/2021, n.18316).

In conclusione, per la Cassazione le offese denigratorie reiterate nel tempo tali da offendere la personalità morale della vittima, possono integrare il reato di maltrattamenti in famiglia.

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