Validità in Italia del matrimonio ed unione civile celebrata all’estero

Brevi cenni sul matrimonio

Il matrimonio è un negozio giuridico disciplinato dal TITOLO VI, LIBRO I del codice civile, agli articoli 79 e ss. ed indica l’unione tra due persone per fini civili o religiosi. Dal matrimonio derivano, inoltre, diversi diritti e doveri dei coniugi, sia nei confronti dell’altra parte, sia nei confronti dell’eventuale prole.

Sono anche dettate delle condizioni necessarie per poter contrarre matrimonio quali:

  • Il raggiungimento della maggiore età, oppure, in presenza di gravi motivi il compimento del sedicesimo anno e l’autorizzazione del tribunale dei minori.
  • Il non essere in uno stato di interdizione.
  • Il non essere vincolato ad un precedente matrimonio e dunque essere legalmente “libero”.
  • L’inesistenza di rapporti di parentela, affinità, adozione e affiliazione tra i due contraenti.

 

Matrimonio all’estero

È importante precisare che il matrimonio celebrato da un cittadino italiano all’estero davanti all’autorità straniera locale, autorità diplomatica o consolare italiana oppure autorità religiosa, è considerato valido e produce subito effetti anche nell’ordinamento giuridico italiano, se si rispettano le forme previste nello Stato straniero, oppure, se ci sono le condizioni e la capacità necessarie per contrarre matrimonio a norma del codice civile. È dunque fondamentale che il rito celebrato all’estero produca effetti civili per l’ordinamento dello Stato straniero nel quale è stato celebrato e dovrà, inoltre, essere trascritto con valore dichiarativo nei registri dello Stato Civile italiano.

In materia una sentenza della Corte di Cassazione è particolarmente esplicativa, la  Cassazione N. 15343 del 2016. La questione verteva su un matrimonio celebrato in Pakistan con un iter celebrativo piuttosto particolare: la sposa non era presente al matrimonio, ma aveva prestato il proprio consenso allo svolgersi del rito attraverso la piattaforma informatica di Skype. Il Tribunale aveva ritenuto che il matrimonio fosse da considerarsi valido anche in Italia in virtù della Legge n. 218 del 1995, essendo valido secondo la legge pakistana e che dunque il rifiuto di trascriverlo da parte dell’Ufficiale di Stato Civile italiano fosse un rifiuto illegittimo.

La Corte ha dichiarato: “Il Ministero ha opposto che la modalità di celebrazione del matrimonio, da parte dell’ufficiale pakistano, con la presenza del solo sposo, avendo la sposa partecipato al rito in via telematica, non garantirebbe la genuinità dell’espressione del consenso, rendendo l’atto non riconoscibile come matrimonio. Questa tesi è errata in diritto per due ragioni.

La prima, perché pretende, in sostanza, di ravvisare una violazione dell’ordine pubblico tutte le volte che la legge straniera, in base alla quale sia stato emanato l’atto di cui si chiede il riconoscimento, contenga una disciplina di contenuto diverso da quella dettata in materia dalla legge italiana. (…) La seconda, perchè il rispetto dell’ordine pubblico dev’essere garantito, in sede di delibazione, avendo esclusivo riguardo “agli effetti” dell’atto straniero (…). Ne consegue che se l’atto matrimoniale è valido per l’ordinamento straniero, in quanto da esso considerato idoneo a rappresentare il consenso matrimoniale dei nubendi in modo consapevole, esso non può ritenersi contrastante con l’ordine pubblico solo perchè celebrato in una forma non prevista dall’ordinamento italiano”.

Unioni Civili same sex all’estero

I matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso non possono essere trascritti e riconosciuti in Italia come matrimoni, ma solamente come unioni civili ai sensi della Legge 76/2016.

Fondamentale è la sentenza della Cass.-14.05.2018-n.-11696 che compie una prima interpretazione della Legge 76/2016 in merito alle unioni civili ed alla loro attuazione.

 

La questione

Una coppia omosessuale composta da un cittadino italiano ed uno brasiliano, dopo aver contratto matrimonio all’estero, chiede la trascrizione dello stesso e propone ricorso a seguito del rifiuto dell’Ufficiale dello Stato Civile. La richiesta di trascrizione viene dunque respinta anche dalla Corte d’Appello con l’affermazione che: “il matrimonio tra persone dello stesso sesso non corrisponde al modello matrimoniale delineato dal legislatore nel nostro ordinamento e, di conseguenza, la trascrizione di un atto estero, di tale contenuto determinerebbe un quadro d’incertezza incompatibile con l’assetto e la funzione della trascrizione”. A seguito del ricorso per Cassazione della coppia entra anche in vigore la L. 76/2016 e la Corte di Cassazione si trova a dare una prima interpretazione della legge stessa.

Anche in questo caso la Corte rigetta il ricorso ritenendo che vi sia un vuoto normativo dell’articolo 32bis, Legge 31 maggio 1995 n. 218, in merito alla trascrizione in Italia del matrimonio contratto all’estero tra persone dello stesso sesso, ma che ogni Stato membro abbia diritto a scegliere il modello di unione riconosciuta tra persone dello stesso sesso e quello scelto dall’Italia è l’unione civile. Proprio per tale ragione la non trascrivibilità dell’atto di matrimonio contratto all’estero tra persone dello stesso sesso non può essere considerata discriminazione in ragione degli orientamenti sessuali.

 

A cura dell’Avv. Maria Luisa Missiaggia, con la collaborazione di Ludovico Raffaelli