La violazione del divieto di avvicinamento

Il mio ex compagno non ha accettato la separazione, mi minaccia ogni giorno, e non ha rispettato il divieto di avvicinamento, in quali conseguenze incorre?

 

Tribunale penale di Roma

A cura dell’Avv. Maria Luisa Missiaggia e dell’Avv. Maria Giulia Fenoaltea.

 

IL NOSTRO CASO

Nel 2011 una donna intraprendeva una relazione sentimentale con un uomo, dalla quale nasceva una figlia.

Nel 2017, l’uomo iniziava a tenere un comportamento inadeguato sotto tutti i punti di vista, difatti, proprio quell’anno la signora scopriva il tradimento del compagno e, decideva di non perdonarlo e cacciarlo di casa.

Da quel momento inizia il calvario della donna, la quale non solo riceveva quotidianamente messaggi minatori dal seguente tenore: “schifosa, puttana, maledetta, ti brucio casa”, ma subiva continue incursioni nella sua abitazione.

La signora, pertanto si vedeva costretta anche a staccare il citofono del suo appartamento.

Solo nel 2018, supportata dai suoi legali di fiducia, la donna prendeva coraggio e sporgeva denuncia nei confronti del compagno, al quale veniva imposto il divieto di avvicinamento alla abitazione casa familiare dove vivevano la donna con la bambina minorenne.

In cosa consiste il divieto di avvicinamento?

 

L’articolo 282-bis c.p.p. è stato introdotto dalla L. 4 aprile 2001, n. 154, art. 1, comma 2, con il chiaro fine di rafforzare le “misure contro la violenza nelle relazioni familiari”. Difatti, tale norma stabilisce che il provvedimento che dispone l’allontanamento prescrive all’imputato di lasciare immediatamente la casa familiare, ovvero di non farvi rientro, e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice che procede. Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati ed abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti.

 

 

Tuttavia, l’uomo, animato da un forte senso di vendetta, arrivava a strumentalizzare il suo bisogno di fare il padre, per perseguitare la sua ex e non rispettava tale divieto continuando a molestare la signora.

Ebbene, la donna sporgeva nuovamente denuncia nei confronti dell’ex compagno, il quale veniva condannato dal Tribunale penale di Roma con la sentenza del 27 marzo 2020, per il delitto di atti persecutori ex art 612 bis commi 1,2 e 4 c.p. a ben 8 mesi di reclusione.

 

CONDANNA PER ATTI PERSECUTORI E RAPPORTI CON I FIGLI

 

A questo punto è lecito chiedersi come vengono regolati i rapporti genitori-figli, nel caso in cui, come nel nostro, uno di essi viene condanno per un delitto contro la famiglia.

Sul punto, la Corte di Cassazione con la sentenza n. 10904/2020 ha precisato il principio secondo cui “le condotte vessatorie poste in essere, contestate e provate e dirette esclusivamente nei confronti della ex convivente, madre del minore, non hanno nessun collegamento con la condizione di genitore dell’imputato, qualora i pedinamenti, le minacce e le offese rivolte alla persona offesa non abbiano la finalità d’incontrare o avere informazioni sul bambino.

E quindi chiaro il fine di preservare in ogni caso il rapporto dei genitori con i figli, salvaguardando, salvo casi di particolare gravità, il superiore interesse del minore.

 

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