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Oggi il Parlamento ha compiuto un importante passo verso una realtà sociale che cambia nel settore del’assegno divorzile, mantenendo fermi i principi di equità e solidarietà. “Dopo anni di discussione, di dibattiti su quello che sarebbe stato il destino di chi divorzia, ma soprattutto dopo i pronunciamenti degli ultimi anni della Cassazione, abbiamo dato vita a una riforma indispensabile per la vita di donne e uomini“, questo il commento della Relatrice Morani.

L’assegno divorzile cambia veste, o almeno è quello che si sta provando a fare.

La riforma dell’assegno divorzile ottiene il primo ok dalla Camera, e ora si appresta a richiedere il secondo dal Senato.

Ed infatti, con 386 sì, 19 astensioni e nessun contrario, la Camera ha approvato ieri (15 maggio 2019) la proposta di legge sull’assegno di divorzio presentata dalla Deputata del PD Alessia Morani. Tutti favorevoli, da  M5s e Lega, Pd, Forza Italia e Leu. Unici ad astenersi i deputati di FdI.

Le disposizioni accolgono l’orientamento delle SSUU mantenendo i parametri previsti con l’ultima decisione ed introducono un assegno temporaneo, legato alle ragioni contingenti ma superabili di “non lavoro”. Un assegno divorzile a tempo che cade ove il  reddito ma anche al patrimonio siano sufficienti e  cancellato in caso di nuovo matrimonio, unione civile o convivenza.

In particolare, l’articolo 1 della proposta di legge interviene sull’art. 5 della legge sul divorzio (L. 898/1970) ripartendo su due commi i contenuti dell’attuale sesto comma ed aggiungendo due ulteriori disposizioni.

In base al nuovo sesto comma, con la sentenza di divorzio, il Tribunale può disporre l’attribuzione di un assegno tenuto conto di una serie di circostanze elencate dal successivo settimo comma.

*** Circostanze che recepiscono i criteri adottati dalla sentenza della Cassazione n.11504/2017

In particolare, ai fini dell’attribuzione dell’assegno divorzile, il Tribunale dovrà valutare ex art.5 della Legge 898/1970 sul divorzio, comma 7^ la futura legge inserisce il seguente dettame:

– la durata del matrimonio;

– le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio;

– l’età e lo stato di salute del soggetto richiedente;

– il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune;

– il patrimonio e il reddito netto di entrambi;

– la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell’adempimento dei doveri coniugali nel corso della vita matrimoniale;

Quanto appena scritto altro non significa che, il valore degli assegni non sia più calcolato solo sulla base del reddito e del patrimonio dell’ex coniuge che deve pagare il mantenimento, ma anche sulla base del patrimonio, dell’età, dello stato di salute e della condizione lavorativa dell’ex coniuge che lo richiede, oltre che sulla base della durata del matrimonio e dell’impegno per la cura di figli non economicamente indipendenti.

Ma, la vera novità di questa riforma è che,  il Tribunale può predeterminare la durata dell’assegno nei casi in cui la ridotta capacità reddituale del coniuge che chiede l’assegno sia dovuta a ragioni contingenti o comunque superabili.

Si parla in pratica di riconoscimento dell’assegno per un periodo provvisorio e limitato ad una situazione di momentanea difficoltà di uno dei coniugi ove lo stesso abbia capacità lavorativa, un’età “giovane” ed anche l’investimento matrimoniale sia stato ridotto in termini di rinuncia alla carriera ed alla durata. Aspetti tutti che il Tribunale dovrà valutare  e incastrare: per ciascun caso in modo specifico.

In sostanza, tenuto conto di tutte le circostanze predette, il giudice potrà predeterminare la durata dell’assegno nei casi in cui la ridotta capacità reddituale del richiedente sia momentanea, ovvero “dovuta a ragioni contingenti o comunque superabili“. L’assegno di potrà essere concesso anche per un periodo “determinato” affinché sia evitata una corresponsione ingiustificata quando il beneficiario abbia superato le sue difficoltà.

Quando l’assegno non spetta

L’assegno non è dovuto nel caso di nuove nozze, di unione civile con altra persona o di stabile convivenza, anche non registrata, di chi richiede l’assegno. Il nuovo testo precisa inoltre che l’obbligo di corresponsione dell’assegno non sorge nuovamente a seguito di separazione o di scioglimento dell’unione civile o di cessazione dei rapporti di convivenza.

A chi si applicheranno le nuove regole

L’ultimo articolo precisa che le novità normative si applicano anche ai procedimenti per lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio in corso alla data di entrata in vigore della presente legge.

Assegno divorzile a tempo e TFR

La legge divorzile stabilisce che il coniuge, se non passato a nuove nozze e purché titolare di un assegno di assegno divorzile, ha diritto ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto (il c.d. TFR) percepita dall’altro coniuge al momento della cessazione del rapporto di lavoro o del pensionamento (art. 12- bis l. 898/1970).

Ricapitolando, il coniuge ha diritto al 40% del trattamento di fine rapporto (TFR) dell’altro coniuge se:

  1. è divorziato o ha depositato in tribunale un ricorso per lo scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  2. è titolare di un assegno di mantenimento periodico (è escluso in caso di assegno una tantum;
  3. non è passato a nuove nozze;
  4. il TFR viene liquidato all’altro coniuge dopo il divorzio oppure dopo il deposito in tribunale della domanda di divorzio.

Si tratta di condizioni che devono coesistere simultaneamente.

Come ci si dovrà comportare dinnanzi ad un assegno a tempo?

Quale sarà la sorte del TFR? Il beneficiario dell’assegno ne avrà diritto?

Certamente, ove l’assegno a tempo, sebbene mensilmente percepito, venga considerato come una tantum, il TFR vedrebbe cadere i presupposti per la concessone dello stesso al coniuge richiedente e divorziato.

Ove al contrario, la corresponsione mensile e tassabile, sebbene temporanea, coincidesse con la richiesta di TFR, potrebbe venire riconosciuto al coniuge richiedente.

Tuttavia allo stato, non abbiamo indicazioni nella normativa e nemmeno giurisprudenziali avendo finora previsto fattispecie che o disponevano l’assegno divorzile o non lo disponevano ed era proprio l’assegno divorzile, corrisposto mensilmente e per tutta la durata dei requisiti, ad essere il presupposto indefettibile per la concessione.

Sappiamo che con l’una tantum è negato il diritto stesso ad ottenerlo.

Assegno divorzile a tempo e pensione di reversibilità

Per ottenere la pensione di reversibilità, il coniuge divorziato deve essere titolare di assegno divorzile.

Il coniuge divorziato può vantare il diritto, in caso di morte dell’ex coniuge, all’attribuzione della pensione di reversibilità, subordinatamente alla presenza della condizione che l’istante sia “titolare” dell’assegno divorzile. A tal proposito di veda quanto stabilito dalla Cassazione civile, con sentenza 19 aprile 2019, n. 11129.

Anche per la pensione di reversibilità, valgono gli stessi interrogativi del TFR!

Assegno di divorzio in Europa:

In Francia vige il “modello della compensazione”, dove il giudice stabilisce la misura dell’assegno sul presupposto della disparità reddituale delle parti, ovvero, il Giudice deve cercare di riequilibrare questa difformità, tenendo conto di alcuni elementi, come, la durata del matrimonio, dell’età, delle condizioni di salute e della situazione professionale degli ex coniugi. Come per l’Italia, l’assegno anche in Francia, può essere corrisposto in un’unica soluzione o periodicamente, ma qui, per una durata massima di 8 anni!.

In Spagna, con il divorzio, viene meno il dovere di assistenza reciproca tra gli ex coniugi, per cui non è previsto un obbligo di mantenimento a favore dell’ex coniuge. Ma, pur non essendo previsto un obbligo di mantenimento, il coniuge “impoverito” dal divorzio ha diritto agli alimenti.

In Portogallo viene considerato un rigido diritto agli alimenti in casi eccezionali.

In Germania è stato abbandonato il “tenore di vita” tenuto in costanza di matrimonio e , l’assegno può essere corrisposto solo dopo aver valutato lo stato di bisogno del richiedente, ma comunque  per un periodo limitato e se sussistono problemi di salute o altri ostacoli insuperabili.

In Ungheria invece si ha diritto a un assegno se durante la convivenza il partner non si è comportato in maniera “indegna”.

In Inghilterra non si va per le lunghe: caduta la coppia, cade il mantenimento.

Per l’Italia non ci resta che aspettare l’evolversi della disciplina.

 

 

 

 

 

 

 

 

A cura dell’Avv. Maria Luisa Missiaggia e dell’Avv. Maria Grazia Bomenuto.