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 Il doppio cognome dopo il divorzio. Cassazione 3869/19

 Il doppio cognome dopo il divorzio. Cassazione 3869/19

Donne sposate che prendono il cognome del marito dopo il matrimonio. Cosa succede quando l’unione finisce? Bene, andiamo con ordine!

Quella di prendere il cognome del marito dopo il matrimonio, modificando i propri documenti, quasi a diventare un’altra persona, è una pratica diffusa soprattutto nei paesi anglosassoni, come Inghilterra e Stati Uniti.

In Italia, invece, la legge permette alle donne di aggiungere il cognome del marito, se lo vogliono.

Come nasce questa prassi?

L’art. 144 del codice civile del Regno d’Italia recitava: “Potestà maritale – Il marito è capo della famiglia: la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome, ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda”.

Nella riforma del diritto del 1942 cambia solo il numero dell’articolo, la legge continua a dire che “la moglie segue la condizione civile del capofamiglia di cui assume il cognome”.

Con la riforma del 1975 l’articolo 143 bis del codice civile recita:  “La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze.”

Dunque “aggiunge”. Non: “può aggiungere”.

Una sentenza della Corte di Cassazione nel 1961 precisa che l’art.143 bis va interpretato nel senso che la moglie ha il diritto, non l’obbligo, di aggiungere il cognome del marito al proprio.

Nel 1997 il Consiglio di Stato (parere n. 1746/97) ha confermato che ai fini dell’identificazione della persona vale esclusivamente il cognome da nubile.

Ed alla fine di questa unione cosa succede?

In caso di separazione legale, la moglie non perde questo diritto in quanto il vincolo coniugale non perde i suoi effetti. In caso di divorzio, invece, la moglie perde il cognome in quanto, solo con esso, in Italia, si scioglie definitivamente il vincolo coniugale.

L’art. 5 co. 3 della legge sul divorzio (L. 898/79) stabilisce che  “il Tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela”.

Dunque, seguendo alla lettera quando statuito dal terzo comma del sopra riportato articolo non è ammessa la conservazione del cognome del marito dopo la sentenza di divorzio, salvo casi eccezionali

Il caso esaminato dalla cassazione del 2019 n. 3869.

Una donna napoletana aveva richiesto al Giudice di divorzio di conservare il cognome del marito. La Corte di Appello di Napoli aveva rigettato la domanda asserendo che la donna non aveva mai provato la sussistenza di un interesse apprezzabile, suo o dei figli, a conservare il cognome dell’ex coniuge e  respingeva la domanda. La donna ricorreva in Cassazione lamentando l’erronea e insufficiente motivazione della Corte d’Appello di Napoli.

Con sentenza n. 3869/2019 gli Ermellini di Piazza Cavour, affermano che “la valutazione della ricorrenza delle circostanze eccezionali che consentono l’autorizzazione all’utilizzo del cognome del marito è rimessa al giudice del merito giacché, di regola, non è ammissibile conservare il cognome del marito dopo la pronuncia di divorzio, salvo che il giudice di merito, con provvedimento motivato e nell’esercizio di poteri discrezionali, non disponga diversamente”.

Il criterio di valutazione deve attenersi ad interessi privati e preminenti della persona, che possono assumere rilievo in tal senso, come quelli che riguardano la salute, la vita professionale e gli affari (sul tema, cfr. Cass. n. 21706 del 26.10.2015).

Non può di certo ritenersi “meritevole di tutela”, la volontà di mantenere il cognome solo per godere di specifici benefici e privilegi sociali legati all’estrazione sociale dell’ex coniuge, cercando dunque di trarne solo profitto.