fbpx

L’offesa su WhatsApp in una chat di gruppo è diffamazione?

 

L’offesa via WhatsApp in una chat di gruppo, letta oltre che dall’autore e dalla persona offesa, anche da altri, non può essere considerata un’ingiuria (reato depenalizzato), ma il più grave reato di diffamazione.

Il caso.

Riguarda un adolescente di età inferiore ai 14 anni al momento del fatto e dunque non imputabile e per questo prosciolto dal GUP di Bari.

Nello specifico, il ragazzino, parlando in difesa di una compagna, aveva scritto un messaggio carico di sostantivi volgari, in cui accusava la persona offesa, una coetanea, di essere la responsabile dell’allontanamento dell’amica dalla scuola.

I legali del minore sostenevano che il caso in questione non integrava alcun reato penale, semmai l’ingiuria visto che la persona offesa con i messaggi offensivi partecipava alla stessa chat,  reato da qualche anno depenalizzato, divenuto dunque illecito civile.

La Cassazione dice no, precisando come detti insulti costituiscano un reato penale,richiamandosi a precedenti pronunce su posta elettronica e mailing list.

Quello della diffamazione è un reato previsto e punito dall’articolo 595 c.p., e consiste nell’offesa all’altrui reputazione fatta comunicando con più persone.

Affinché possa configurarsi il reato è necessario che la persona offesa non sia presente o almeno che non sia stata in grado di percepire l’offesa in questione. nel momento in cui viene posta in essere.

Si tratta di un reato a forma liberà, dunque va da sè che la condotta tesa a diffamare, si mostra perfezionata ogniqualvolta viene offesa la reputazione  di un soggetto determinato, assente e svolta con qualsiasi mezzo basta che sia idoneo a raggiungere più persone.

  • Questo è quanto recita l’articolo 595 c.p – Reato di Diffamazione.

” Chiunque, fuori dei casi di ingiuria, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la pena pecuniaria della multa da euro 258 a euro 2.582.

Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena consiste nella pena pecuniaria della multa da euro 258 a euro 2.582 o la pena della permanenza domiciliare da sei giorni a trenta giorni ovvero la pena del lavoro di pubblica utilità da dieci giorni a tre mesi.

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico , la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.

Requisiti:

  • Assenza della persona offesa;
  • Offesa della reputazione della persona assente;
  • Comunicare con più persone.

Con la sentenza n. 7904/19, gli Ermellini di Piazza Cavour hanno sciolto ogni dubbio.

In questa sentenza i giudici stabiliscono che : “ L’eventualità che tra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona nei cui confronti vengono formulate le espressioni offensive non può indurre a ritenere che, in realtà, venga in tale maniera, integrato l’illecito di ingiuria, piuttosto che il delitto di diffamazione”, sottolinea la Corte, perche “ sebbene il mezzo di trasmissione/comunicazione adoperato consenta in astratto anche al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa – si spiega nella sentenza – il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia di fautori , i quali, peraltro, potrebbero venirne a conoscenza in tempi diversi, fa si che l’addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore e offeso. Da qui, l’offesa alla reputazione della persona ricompresa nella cerchia dei destinatari del messaggio”.

E non solo, nel caso di specie, la Corte fa presente che “ è lo stesso ricorrente a dare atto, nel corpo del motivo del ricorso, dell’esistenza, nel compendio probatorio, della stampa dei messaggi di contenuto offensivo riferibili all’indagato, estrapolata dal display di un telefono cellulare nella disponibilità della persona offesa, certamente utilizzabile come prova documentabile ai sensi dell’art. 234 cpp, che consente l’acquisizione di scritti o altri documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia o qualsiasi altro mezzo e della quale non è disconosciuta la paternità”.

Ascolta l’intervento telefonico dell’Avv. Maria Luisa Missiaggia su Radio Deejay.

https://www.deejay.it/audio/20190226/590136/

L’Avvocato Maria Luisa Missiaggia con Studiodonne, nell’occuparsi di tematiche relative alla famiglia nonché di tecniche alternative al conflitto con una particolare attenzione alla tutela dei minori, insegna ai genitori la modalità di interazione migliore e corretta per affrontare situazioni difficili e complesse che coinvolgono non solo i rapporti genitori figli ma anche tutta la sfera dei rapporti personali, avvalendosi di esperti del settore e attraverso la creazione di percorsi ad hoc.