LA DIPENDENZA AFFETTIVA PRESUPPOSTO PER LA “TRUFFA SENTIMENTALE” EX ART. 640 C.P.

LA DIPENDENZA AFFETTIVA PRESUPPOSTO PER LA “TRUFFA SENTIMENTALE” EX ART. 640 C.P.

Oggi parliamo della c.d. “Love addiction” termine inglese con il quale si intende la dipendenza affettiva che lega alcuni di voi al partner. Quanti di voi si sentono oppressi da una relazione e non riescono ad uscirne? Quanti di voi sono imprigionati in un rapporto che genera soltanto sofferenza e malumore ma hanno paura di rimettersi in gioco da soli.

Anche se non viene classificata ancora come una vera e propria patologia la dipendenza affettiva è oggi purtroppo una sindrome molto diffusa.

Definizione

La dipendenza affettiva può essere definita come una forma patologica d’amore caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all’interno della relazione di coppia.

La continua ricerca d’amore ha tutte le caratteristiche della dipendenza da sostanze, tanto da condividerne alcuni aspetti fondamentali:

–          L’ebbrezza ovvero la sensazione di eccessivo piacere che si prova a stare con il proprio partner;

–          La tolleranza ossia l’esigenza di trascorrere quantità di tempo sempre maggiori con il partner, riducendo di conseguenza la propria autonomia e le relazioni con gli altri;

–          L’astinenza ovvero se il partner non è presente si cade in uno stato di profonda depressione, ormai è solo lui la fonte esclusiva di qualsivoglia gratificazione.

L’elemento più evidente, sul piano cognitivo, emotivo e comportamentale, di questo tipo di dipendenza consiste nella ricerca costante di figure protettive, accudenti e incoraggianti, con cui stabilire e mantenere un legame significativo e stabile nel tempo.

La dipendenza affettiva inizia, quindi, dove finisce la capacità di vivere il rapporto di coppia come un flusso costante tra momenti di separatezza e momenti di fusionalità; quando all’altro non è più lasciata la possibilità di auto-regolarsi, ma è costretto ad assumere un ruolo o un “impegno”; quando l’amore non è più fonte di arricchimento, ma compensazione di qualcosa che supplisce il senso di vuoto, le paure e/o i bisogni, rendendo, di conseguenza, il rapporto non più un incontro tra due anime, ma una situazione di co-dipendenza, ovvero una limitazione reciproca.

Questo tipo di dipendenza può far commettere degli errori di valutazione e far diventare il “love addicted” una vittima ideale.

Come ormai, sempre più spesso accade, è facile subire raggiri se si soffre di questa sindrome e molte donne per gratificare i propri partner sono disposte a fare qualsiasi cosa, ovvero prestare denaro, fare regali costosi fino ad intestare delle proprietà.

Ecco che si perfezione così facendo una nuova figura di reato ovvero la truffa sentimentale!

Ebbene una volta usciti dal torpore della dipendenza quali tutele possiamo trovare nel nostro ordinamento?

Recentemente il Tribunale di Milano ha ritenuto astrattamente configurabile il reato di truffa sentimentale in capo ad un uomo che con promesse d’amore eterno aveva convito la propria compagna a prestargli ingenti somme di denaro (Circa 16.000,00 euro) e una volta intascato l’importo aveva troncato la relazione.

Il caso

Una donna (la parte offesa nel processo) presta varie somme di denaro ad un uomo (l’imputato) con cui intrattiene da alcuni mesi una relazione sentimentale, ricevendo da quest’ultimo promesse circa la costruzione insieme di una famiglia e rassicurazioni sulla futura restituzione del denaro. L’uomo, poco tempo dopo aver ricevuto tali somme (la cui entità non risulta accertata con sicurezza ma che, nella prospettazione della persona offesa, ammonterebbero a 16.000 euro circa), interrompe la relazione e restituisce solo una minima parte del denaro prestato (280 euro), rifiutandosi – nonostante le reiterate richieste della donna, anche mediante raccomandata – di onorare il proprio debito.

Legislazione

I reati ipotizzati nel capo d’imputazione sono quelli di truffa (art. 640 c.p.) e di appropriazione indebita (art. 646 c.p.).

Quanto alla truffa, il Tribunale osserva che, perché possa dirsi integrato il reato, occorrerebbe provare che l’uomo, con una condotta fraudolenta, abbia indotto in errore la donna sulle proprie intenzioni familiari e lavorative future, così da convincerla a corrispondergli quelle somme, con l’iniziale e perdurante intento sia di ingannarla circa i propri sentimenti sia di non restituire il denaro ricevuto.

La questione va contestualizzata all’interno del più generale, ma pressoché inedito, tema della ‘truffa sentimentale’; locuzione con cui nella sentenza si allude ai casi in cui “una persona inganni il proprio ‘compagno’ (o la propria ‘compagna’) circa i propri sentimenti, al solo scopo di ottenere un vantaggio patrimoniale con altrui danno”.

Può dunque l’inganno tipico della truffa avere ad oggetto i sentimenti dell’agente; e possono quest’ultimi essere l’oggetto dell’errore della vittima?

La risposta è affermativa secondo il Tribunale di Milano, che ne propone anche un esempio: “un soggetto [che] contatti una persona su un social-network e intraprenda con questa una corrispondenza offrendo dati falsi circa le proprie qualità, i propri interessi e la propria professione, riuscendo, in tal modo, a far invaghire la persona, a farle credere che i sentimenti affettivi siano reciproci e infine a farle effettuare una prestazione patrimoniale a proprio favore”.

Se la ‘truffa sentimentale’ è dunque astrattamente ipotizzabile, concretamente nella fattispecie in esame non ne sono stati ravvisati i presupposti.

Il dato importante della sentenza del Tribunale di Milano è il riconoscimento formale di un tale tipo di reato che per le modalità subdole con cui si realizza in passato non veniva preso in considerazione è invece adesso riveste anche formalmente il suo carattere di meritevolezza.

Ebbene chiarita e ampliata la rilevanza della truffa occorre capire se e come superare la non punibilità di tale reato se commesso in ambito familiare.

Non molti sapranno che all’interno del nostro codice penale esiste un esimente speciale ovvero l’art. 649 c. p. che prevede la non punibilità di alcuni reati patrimoniali, tra i quali la truffa, se commessi in danno di stretti congiunti ovvero del coniuge non legalmente separato.

La ratio sottesa alla norma in esame è quella di non minare la cosiddetta “stabilità dell’unità familiare” che a ben vedere si sgretola con il compimento del delitto de quo e non con la successiva attività di indagine ed eventuale punizione!!!

Ebbene di recente la Corte Costituzionale con la pronuncia n. 223/2015 ha fornito una lettura interessante dell’esimente citata definendola oltremodo anacronistica e sollecitando una riforma in tal senso, pur dichiarando inammissibile il quesito posto dal giudice remittente che ne evidenziava l’incostituzionalità con gli articoli 3 e 24 della Costituzione.

Di seguito si evidenziano i passaggi fondamentali della compiuta analisi condotta dalla Corte e che lo Studio Missiaggia & partners abbraccia in pieno.

Il tipo di economia familiare nel quale potevano intervenire i reati de quibus all’epoca del codice Zanardelli (e, ancora, all’epoca di approvazione del codice vigente) era ben diverso da quello odierno.

Le donne erano spesso prive di reddito, gli uomini disponevano della dote della moglie e, più in generale, esercitavano una potestà ampia ed indivisa sui figli, oltre che sulla coniuge.

V’era insomma – in generale – un centro unitario di interesse e di “comando”, al cui cospetto i diritti altrui sembravano meritevoli di affievolimento, nella concomitante aspettativa culturale e giuridica di un matrimonio indissolubile, e di una famiglia coesa (quasi) a qualunque costo, con ampi margini di soccombenza per i diritti individuali della persona.

Quella stessa posizione dominante del marito e del padre, d’altra parte, pareva probabilmente “compensativa” (cioè capace di provvedere la tutela in alternativa a quella propria dell’ordinamento) per l’ipotesi di reati commessi da familiari diversi.

Non è necessario, in questa sede, porre in specifica evidenza i processi evolutivi che hanno sovvertito il quadro normativo, e prima ancora quello sociale e culturale.

La Corte ha notato tra l’altro, con un breve inciso, che il regime patrimoniale “ordinario” della famiglia, cioè la comunione dei beni, varrebbe da solo a perimetrare diversamente i casi e le occasioni per l’applicazione delle norme che presuppongono l’altruità della cosa.

Nel contempo, certe forme di convivenza tipiche dell’economia passata (genitori di adulti con figli, zii, nipoti, ecc.) sono divenute molto meno frequenti, e con loro quella “comunanza di interessi” che dovrebbe legittimare, per qualche verso, il regime speciale della punibilità.

Soprattutto, l’eguaglianza tra i coniugi, e la pari responsabilità di costoro verso i figli (responsabilità, appunto, più che potestà) non può che imporre un riequilibrio degli automatismi espressi dalla disciplina censurata, ed in particolare dal primo comma dell’art. 649 c.p. : “che  la rinuncia alla punizione valga a preservare l’unità del nucleo familiare, e che comunque una tale ipotetica unità prevalga ad ogni costo sulla libera determinazione degli individui nei rapporti patrimoniali e familiari con altri individui, è giustificazione oggi non più razionale, almeno e proprio nella sua dimensione astratta ed oggettiva, per la disciplina penale di favore”.

Questo ha detto la Consulta, in sintesi ma senza possibilità di equivoci, e da questo punto dovrebbe ripartire il legislatore della riforma, espressamente sollecitata, in quanto l’esimente del 649 c.p ad oggi è ovviamente anacronistica.

 

Segue testo Sentenza n.223/2015 della Corte Costituzionale.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

– Alessandro                  CRISCUOLO                                  Presidente

– Giuseppe                     FRIGO                                               Giudice

– Paolo                           GROSSI                                                   ”

– Giorgio                        LATTANZI                                              ”

– Aldo                            CAROSI                                                   ”

– Marta                           CARTABIA                                             ”

– Mario Rosario              MORELLI                                                ”

– Giancarlo                     CORAGGIO                                            ”

– Giuliano                       AMATO                                                   ”

– Silvana                         SCIARRA                                                ”

– Daria                            de PRETIS                                               ”

– Nicolò                          ZANON                                                   ”

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 649, primo comma, del codice penale, promosso dal Tribunale ordinario di Parma nel procedimento penale a carico di R.D. con ordinanza del 22 settembre 2014, iscritta al n. 229 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 52, prima serie speciale, dell’anno 2014.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 7 ottobre 2015 il Giudice relatore Nicolò Zanon.

Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 22 settembre 2014 il Tribunale ordinario di Parma, in composizione monocratica, ha sollevato – con riferimento agli artt. 3, primo e secondo comma, e 24, primo comma, della Costituzione – questione di legittimità costituzionale dell’art. 649, primo comma, del codice penale.

Il rimettente è chiamato alla celebrazione di un giudizio che concerne fatti asseritamente commessi dall’imputato in danno della moglie, all’epoca convivente e non legalmente separata. L’interessato, abusando della fiducia della consorte e della propria posizione di funzionario di banca, avrebbe compiuto una serie di operazioni non concordate, e in qualche caso illecite, su conti correnti di comune intestazione: dirottando fondi verso altri conti, da lui solo controllati; ottenendo mutui garantiti da ipoteca sulla casa coniugale (iscritta in base ad una falsa procura notarile); emettendo o facendo emettere assegni circolari con la falsa sottoscrizione della persona offesa; richiedendo prestiti in appoggio su conti comuni, aperti mediante documenti con sottoscrizioni apocrife. La scoperta degli illeciti – illustra ancora il rimettente – sarebbe stata ostacolata dall’imputato, tra l’altro, esibendo alla moglie falsi estratti di conto corrente, e serbando il silenzio sull’intervenuto suo licenziamento per ragioni disciplinari.

Nel complesso, stando all’accusa, l’imputato si era appropriato della somma di circa 337.000,00 euro, cagionando un danno ancor superiore in ragione dell’indebitamento provocato. Dopo la definitiva emersione dei fatti, lo stesso imputato aveva abbandonato la casa coniugale, disinteressandosi del mantenimento dei figli e lasciando tutti i congiunti in condizioni economiche disagiate, oltre che in uno stato di grave prostrazione psicologica.

In relazione ai fatti indicati, si procede nel giudizio a quo per i delitti di truffa aggravata (art. 640, secondo comma, in relazione all’art. 61, numero 5, cod. pen.), falso pluriaggravato in scrittura privata (art. 485 in relazione all’art. 61, numeri 2, 5, 7 e 11, cod. pen.), falso in atto pubblico (art. 479 cod. pen.).

Ciò premesso, il Tribunale rimettente assume che, almeno per il delitto di truffa, dovrebbe trovare applicazione la causa di non punibilità prevista dalla norma censurata, che attiene tra l’altro al coniuge non legalmente separato e comprende tutti i delitti previsti nel Titolo XIII del Libro II del codice penale, esclusi quelli commessi mediante violenza alle persone (e, comunque, quelli di cui agli artt. 628, 629 e 630).

Sennonché, a parere del giudice a quo, la norma contrasterebbe con gli art. 3 e 24 Cost. La ratio comunemente riconosciuta alla previsione, quella cioè di prevenire il turbamento connesso ad indagini e sentenze di condanna che colpiscano il nucleo familiare, avrebbe perso di ogni attualità. La fisionomia della istituzione familiare sarebbe mutata, rispetto all’epoca in cui la disciplina è stata concepita, dal punto di vista sociale, culturale ed economico, e la stessa frequenza degli illeciti intrafamiliari, di conseguenza, non sarebbe paragonabile a quella in origine apprezzata dal legislatore.

Dovrebbe riconoscersi, sempre secondo il giudice a quo, come i nuclei familiari vengano semmai turbati dai comportamenti criminosi tenuti in danno di congiunti, e come risulti irragionevole, di conseguenza, l’assoluta preminenza assegnata ad un fine di coesione che, nei fatti, risulterebbe irrealizzabile.

Lo stesso fine, del resto, potrebbe essere perseguito anche mediante la previsione generalizzata della perseguibilità a querela per i fatti in considerazione.

La disciplina censurata contrasterebbe dunque con il principio di uguaglianza, diversificando in senso ingiustificatamente favorevole il trattamento dei familiari rispetto a quello dei soggetti esterni che, a parità di condotta offensiva per il patrimonio, non potrebbero valersi della causa di non punibilità. Ma sarebbero violate anche le previsioni del secondo comma dell’art. 3 e del primo comma dell’art. 24 Cost., in quanto, per effetto della norma censurata, sarebbe indebitamente precluso l’accesso di «soggetti deboli» alla tutela penale dei loro diritti nei confronti dei familiari.

Dalla disposizione censurata, sempre secondo il rimettente, deriverebbe un pregiudizio per il principio di coerenza interna dell’ordinamento, se si considera che, ad altri fini, i reati commessi in ambito familiare o con abuso delle relazioni domestiche sono connotati addirittura da un disvalore più marcato (sono citate le aggravanti di cui all’art. 576, primo comma, numero 2, e all’art. 61, numero 11, cod. pen.).

2.– È intervenuto nel giudizio, con atto depositato il 5 gennaio 2015, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto dichiararsi la questione inammissibile o comunque infondata.

La disposizione censurata mirerebbe, secondo l’indicazione della stessa giurisprudenza costituzionale, a privilegiare l’interesse alla riconciliazione familiare rispetto a quello concernente la punizione del colpevole, secondo una logica di bilanciamento tipicamente riferibile alla discrezionalità del legislatore, e dunque sottratta al sindacato di legittimità costituzionale.

L’inammissibilità della questione sarebbe evidente alla luce della sua stessa formulazione. Il rimettente, infatti, non avrebbe indicato alcun parametro cui ancorare l’asserita irragionevolezza del bilanciamento operato con la norma censurata, fatto ancor più rimarchevole alla luce della particolare rilevanza costituzionale assegnata alla famiglia fondata sul matrimonio. Muovendo da una affermazione indimostrata (i reati intrafamiliari contro il patrimonio segnerebbero nuclei già deteriorati e difficilmente ricomponibili), il giudice a quo non avrebbe posto in luce norme e principi utili a documentare un nuovo assetto costituzionale dei valori e l’obsolescenza di quello asseritamente superato.

La questione sarebbe inammissibile dunque, ed in primo luogo, per la genericità della prospettazione e l’insufficiente indicazione delle ragioni di contrasto tra norma censurata e parametri costituzionali.

Allo stesso esito di inammissibilità dovrebbe pervenirsi, d’altra parte, considerando che viene sollecitata, nella specie, una dichiarazione di illegittimità con effetti in malam partem. Dunque, una soluzione che la giurisprudenza costituzionale ha considerato preclusa, riguardo a norme inerenti la punibilità, anche nell’ambito di pronunce recenti (è citata l’ordinanza n. 285 del 2012).

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