La casa coniugale alla ex moglie anche se il figlio si è trasferito e torna a casa saltuariamente

Corte di Cassazione – Sez. Prima Civile – Sentenza del 22.03.2010 n. 6861

 Il fatto

Una coppia di coniugi avviava il procedimento di separazione giudiziale.

Con ricorso, innanzi al Tribunale di Brindisi, la moglie chiedeva che venisse pronunciata la separazione personale con addebito al marito, il quale, a sua volta chiedeva la pronuncia di separazione dalla moglie.

Il Tribunale di Brindisi, con sentenza del 2003, dichiarava la separazione personale dei coniugi senza addebito, assegnava la casa coniugale alla signora e condannava il marito alla corresponsione di assegno di mantenimento per la ex moglie e per il figlio, maggiorenne ma non ancora autosufficiente economicamente.

L’uomo proponeva appello avverso la sentenza predetta, contestando l’assegnazione della casa coniugale e l’obbligo dell’assegno periodico per la moglie e per il figlio già maggiorenne.

La signora resisteva in giudizio, chiedendo il rigetto dell’appello nonché, in via incidentale, l’aumento dell’assegno di mantenimento in favore della stessa.

La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza emessa nel 2005, si pronunciava, rigettando il ricorso principale dell’uomo e, addirittura, riformando la decisione di primo grado, elevando l’assegno di mantenimento a favore della moglie.

L’uomo ricorreva in Cassazione sulla base di due motivi.

In primo luogo, il predetto lamentava la violazione di legge (artt. 155, 156 c.c.; 115, 116 c.p.c.; 2734 e 2735 c.c.; 229 c.p.c.) e l’omessa od insufficiente motivazione della sentenza impugnata, relativamente all’assegnazione della casa coniugale alla signora.

Il ricorrente sosteneva, infatti, che tale assegnazione fosse “ingiusta e gravatoria”, in quanto la moglie, fin da tempo anteriore alla separazione, non aveva mai abitato la casa coniugale e, peraltro, il figlio lavorando in altro Comune, rientrasse nella predetta casa molto di rado.

In secondo luogo, il marito sosteneva l’illegittimità della decisione impugnata, relativamente alla condanna a corrispondere assegno di mantenimento per la ex consorte e per il figlio maggiorenne per violazione degli artt. 155, 156 c.c.; 115, 116 c.p.c.; 2734 e 2735 c.c.; 229 c.p.c..

A sostegno di ciò, lo stesso affermava che, da un lato, la ex moglie, svolgendo attività lavorativa, avesse effettivamente una solidità economica pari a quella dello stesso e, dall’altro, che al figlio non spettava alcun mantenimento posto che anche egli svolgeva attività lavorativa non saltuaria.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell’uomo e confermato totalmente le statuizioni contenute nella sentenza della Corte d’Appello di Lecce.

La decisione della Suprema Corte con sentenza n. 6861 del 22.03.2010

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, promosso da un coniuge separato, avverso la pronuncia della Corte di Appello, che aveva assegnato la casa familiare alla moglie ed aveva, addirittura, aumentato l’importo dell’assegno di mantenimento che il padre avrebbe dovuto corrispondere alla ex moglie ed al figlio.

Il figlio non perde il diritto di abitare nella casa coniugale assegnata alla madre anche se vive e lavora saltuariamente fuori città, esistendo comunque un collegamento stabile con l’abitazione del genitore.

La prova dell’autosufficienza economica e della non convivenza con la madre, che escluderebbero la legittimazione a ricevere l’assegno di mantenimento, deve essere fornita dall’obbligato e, quindi, nel caso di specie, dal padre.

Tuttavia, nel caso esaminato, nessuna prova è stata fornita dal padre né circa l’attività lavorativa stabile tale da garantire al ragazzo un reddito adeguato e sufficiente né circa l’effettiva indipendenza economica della ex moglie tale da far escludere l’obbligo del mantenimento.

Per tali motivazioni, la Corte ha respinto il ricorso del padre, proprietario della casa coniugale, che chiedeva la restituzione del bene assegnato alla moglie ed al figlio in sede di separazione perchè ormai il ragazzo aveva trovato un lavoro e si era stabilito in un’altra città e chiedeva, altresì, la sospensione dell’obbligo di versare l’assegno per il figlio maggiorenne e per la ex moglie.

In caso di separazione dei coniugi, la casa coniugale viene assegnata alla ex moglie anche se il figlio (divenuto maggiorenne ma non ancora autosufficiente) si è trasferito per ragioni di lavoro e fa ritorno in casa solo saltuariamente.

È ciò che ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione Prima Civile, con la sentenza n. 6861/2010, secondo cui “la presenza del figlio, soltanto saltuaria, per la necessità di assentarsi per motivi di studio e di lavoro, anche per non brevi periodi, non può far venir meno di per sé il requisito dell’abitare nella casa coniugale, sussistendo pur sempre un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, ove il figlio ritorni ogni volta che gli impegni glielo consentano“.

La Cassazione ha chiarito che “il trasferimento” del figlio maggiorenne “in un altro comune risultante dai registri anagrafici potrebbe essere collegato come emerge ad una ricerca di lavoro, magari provvisoria“.

Motivo, questo, ritenuto insufficiente per fare uscire di casa la ex consorte.

Il figlio maggiorenne anche se lavora in un’altra città non perde, quindi, il diritto ad abitare nella casa coniugale assegnata alla madre, né il diritto al mantenimento.

In ordine al primo motivo addotto dal ricorrente, ad avviso del Collegio, il giudice del merito, con motivazione adeguata e per nulla illogica, aveva chiarito che, dalle informazioni richieste alla Guardia di Finanza, era emerso che la moglie effettivamente abitava con il figlio nella casa coniugale.

In ordine al secondo motivo proposto, la Corte ha affermato che, pur essendo il marito proprietario esclusivo dell’abitazione, per giurisprudenza costante, è legittima l’assegnazione della casa coniugale alla moglie che vi abita insieme ai figli, anche se maggiorenni ma non economicamente autosufficienti.

Inoltre, il giudice del merito aveva esaminato specificamente la posizione reddituale delle parti, valutando di maggiore solidità la posizione del marito e precisando che la moglie non svolgeva alcuna attività lavorativa, tra quelle in precedenza espletate solo saltuariamente.

Quanto alla posizione di autonomia e/ indipendenza del figlio maggiorenne, la Corte ha ritenuto che la prova dell’autosufficienza economica e della non convivenza con la madre non è stata in alcun modo fornita dall’obbligato, ossia dal ricorrente.

Infatti, la sentenza impugnata ben aveva precisato come non fosse stata documentata e concretamente supportta l’asserita attività lavorativa stabile del figlio, tale da garantire allo stesso un sufficiente reddito proprio, anche se questi non viveva con la madre e si era trasferito in un’altra città.

Nel merito, la Corte ha precisato che la presenza del figlio nella casa coniugale, soltanto saltuaria, per la necessità di assentarsi per motivi di studio e lavoro, anche per non brevi periodi, non può costituire un motivo per negare il requisito dell’abitare, sussistendo pur sempre un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, laddove il figlio ritorni quando gli impegni glielo consentano.

 
Corte di Cassazione – Sez. Prima Civ. – Sent. del 22.03.2010, n. 6861

Svolgimento del processo
Con ricorso depositato in data 25/7/1998, A. A. chiedeva pronunciarsi separazione personale con addebito dal marito F. M. Con ricorso depositato il 29/7/1998, quest’ultimo chiedeva pronunciarsi separazione dalla moglie. Venivano riuniti i procedimenti.
Il Tribunale di Brindisi, con sentenza 9/6-25/6/2003, dichiarava la separazione personale dei coniugi senza addebito, assegnava la casa coniugale all’A.; condannava il F. alla corresponsione di assegno di mantenimento per la moglie e per il figlio D., maggiorenne ma non ancora autosufficiente economicamente.
Con ricorso depositato il 15/9/2004, il F. proponeva appello avverso la sentenza predetta, in punto assegnazione della casa coniugale e corresponsione dell’assegno periodico per la moglie e per il figlio maggiorenne.
Costituitosi il contraddittorio, l’A. chiedeva rigettarsi l’appello proposto e, in via incidentale, dichiararsi l’addebito al marito ed elevarsi l’assegno di mantenimento a suo favore.
La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza in data 22/11-7/12/2005, elevava l’assegno di mantenimento a favore dell’A.; rigettava l’appello principale e, per il resto, quello incidentale.
Ricorre per cassazione F. M., sulla base di due motivi.
Resiste, con controricorso, l’A..
Il F. ha depositato memoria per l’udienza.

Motivi della decisione
Va accolta preliminarmente l’eccezione di inammissibilità, per tardività del controricorso. Il ricorso è stato notificato dal F. in data 3/4/2006; il controricorso doveva essere notificato ai sensi del combinato disposto degli artt. 369-370 c.p.c. entro venti giorni dal termine stabilito per il deposito del ricorso stesso (giorni venti dalla notificazione).
Il controricorso è stato notificato in data 28/7/2006, e dunque ben oltre il termine prescritto.
Va dichiarato inammissibile per tardività il controricorso, del cui contenuto non si potrà tenere conto.
Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione di legge (artt. 155, 156 c.c.; 115, 116 c.p.c.; 2734 e 2735 c.c.; 229 c.p.c.) ed omessa od insufficiente motivazione della sentenza impugnata, in punto assegnazione della casa coniugale all’A., ritenuta ingiusta e gravatoria, in quanto questa, fin da tempo anteriore alla separazione non l’aveva mai abitata.
Il motivo va rigettato, in quanto infondato.
Con motivazione adeguata e non illogica, il giudice a quo chiarisce che dalle informative richieste alla Guardia di Finanza emerge che l’A. abita con la figlia M. nell’abitazione sita in (…), e cioè nella casa ex coniugale. Pur essendo il F. proprietario esclusivo dell’abitazione, per giurisprudenza costante (tra le altre Cass. n. 6774/90; n. 2574/94), è legittima l’assegnazione della casa coniugale alla moglie che la abita insieme ai figli (sulla posizione di M. non vi sono contestazioni) maggiorenni, ma non autosufficienti economicamente.
Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta violazione degli artt. 155, 156 c.c.; 115, 116 c.p.c.; 2734 e 2735 c.c.; 229 c.p.c., in punto condanna a corrispondere assegno all’A. per sé e per il figlio D.
Il motivo va rigettato, in quanto infondato.
Il giudice a quo esamina specificamente la posizione reddituale delle parti, valutando assai più solida quella del F., precisando che l’A. non svolge più alcuna attività lavorativa, tra quelle in precedenza saltuariamente espletate.
Quanto alla posizione del figlio D., maggiorenne, la prova dell’autosufficienza economica e della non convivenza con la madre, che escluderebbe la legittimazione di questa a ricevere jure proprio l’assegno per il figlio, a titolo di rimborso (così Cass. n. 11320/05), doveva essere fornita dall’obbligato (al riguardo Cass. n. 565/98).
Precisa la sentenza impugnata che non è stata fornita prova di un’attività lavorativa stabile, e tale da garantire a D. un sufficiente reddito proprio, anche se questi “sembrerebbe non vivere più ad (…)”. È evidente che il dubbio espresso dal giudice a quo è strettamente collegato alla condizione di non autosufficienza economica del soggetto.
Come precisa questa Corte (Cass. n. 11320/05, già indicata), la presenza del figlio, soltanto saltuaria, per la necessità di assentarsi per motivi di studio e lavoro, anche per non brevi periodi, non può far venir meno di per sé il requisito dell’abitare, sussistendo pur sempre un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, ove il figlio ritorni ogni volta che gli impegni glielo consentano.
Il trasferimento ad altro Comune, risultante dai registri anagrafici, potrebbe essere collegato – come emerge, seppur per implicito, dal contesto motivazionale – ad una ricerca di lavoro, magari provvisoria. Sarebbe ipotizzabile una scissione tra domicilio, luogo in cui il soggetto ha stabilito (o conservato) la sede principale dei suoi affari ed interessi (personali e patrimoniali) e residenza, luogo di dimora abituale (provvisoriamente differente), come indicato dall’art. 43 c.c.
Va conclusivamente rigettato il ricorso.
Nulla sulle spese, essendo stato dichiarato inammissibile il controricorso e non avendo il resistente svolto difese orali.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.

Depositata in Cancelleria il 22.03.2010

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