Il marito che ostenta il proprio tradimento alla moglie rischia la condanna penale di maltrattamenti in famiglia

Cassazione Penale, sezione VI, sentenza n. 38125 del 28 settembre 2009.

L’ostentazione del tradimento abituale è presupposto di sofferenze fisiche e morali e determina nel soggetto passivo una condizione di vita, costantemente dolorosa e avvilente, integrando appieno il reato di maltrattamenti in famiglia.

Il fatto
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso avanzato dal Sig. A.P., uomo di 60 anni sposato con M.V., imputato e condannato dalla Corte di Appello di Milano anche del reato di maltrattamenti in famiglia per aver ostentato il tradimento abituale con altra donna, insieme ai reati di lesioni personali volontarie ed ingiurie, ai danni della donna stessa, con una condanna di anni due e sei mesi di reclusione.

L’uomo si difendeva sostenendo che le offese alla moglie non erano abituali e, pertanto, mancava la prova della correlazione delle condotte di maltrattamento denunciate a suo carico nell’ambito di una volontaria e abituale volontà dell’imputato stesso di sottoporre in modo continuativo la compagna a vessazioni o sofferenze psicofisiche abituali.

La coppia aveva una relazione famigliare assai turbolenta e sofferta; infatti, da anni il rapporto tra i due era connotato da ripetuti episodi di aggressioni fisiche e umiliazioni psicologiche del convivente ai danni della donna, finanche ad arrivare ad estrometterla dall’abitazione familiare per oltre un anno, avendo approfittato il marito del ricovero ospedaliero di lei per impedirle di fare ritorno in casa.

Il Tribunale Penale di Como, con sentenza in data 15 ottobre 2004, condannava l’imputato alla pena di 1.500 Euro per i soli reati di lesioni personali volontarie ed ingiurie; lo assolveva, invece, per il reato di maltrattamenti in famiglia di cui all’art. 572 c.p. in quanto riteneva che a tal riguardo la prova non era stata raggiunta dato che le dichiarazioni della moglie, sentita come teste nel processo, risultavano confuse,  perché prive di sufficienti elementi spazio-temporali, nonché sfornite di riscontri esterni.
In altre parole, per i giudici di primo grado gli atteggiamenti offensivi e irrispettosi del marito, sebbene accompagnati da due episodi accertati di percosse e lesioni fisiche, non davano la prova di una condotta abitualmente diretta a provocare sofferenze morali o fisiche alla persona offesa.

In seguito all’impugnazione da parte del pubblico ministero, la Corte di Appello di Milano ribaltava completamente la pronuncia di primo grado e condannava il Sig. A.P. alla pena di due anni e sei mesi di reclusione, dichiarandolo colpevole anche del reato di maltrattamenti in famiglia. In particolare, la Corte di secondo grado ha ritenuto attendibile il racconto della moglie, in quanto confermato dalla produzione di certificati medici attestanti le lesioni subite dalla Sig.ra M.V., dagli atti della causa civile per il recupero della casa e dalle deposizioni delle tre figlie della stessa, ed ha pertanto concluso che “l’imputato aveva volontariamente instaurato in danno della compagna un sistema di vita che provocava ad essa abituali sofferenze morali e materiali”.

La sesta sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna dell’imputato per il reato di cui all’art. 572 c.p., chiarendo come “quella situazione di abitualità di sofferenze fisiche e morali, che, determinando nel soggetto passivo una condizione di vita, costantemente dolorosa e avvilente, integra appieno il reato di maltrattamenti in famiglia, di cui all’art. 572 c.p., di cui sono stati accuratamente evidenziati dalla Corte di merito tutti gli elementi sul piano sia oggettivo che soggettivo”.

La decisione della Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 38125/2009
Nella sentenza in commento i giudici della Suprema Corte confermano il ragionamento logico-giuridico effettuato dalla Corte di merito, ritenendo che nel caso specifico la condotta penalmente rilevante per il reato di maltrattamenti in famiglia è consistito in una “continua serie di insulti, prepotenze, meschine cattiverie, infedeltà ostentate, collegata agli accertati atti di violenza, favoriti anche dall’abuso di alcool da parte del P., nonché all’assurda inibizione alla V. a fare rientro in casa dopo il tempo che essa aveva trascorso in ospedale” , tali da rendere certi dell’esistenza di una condotta dell’imputato “reiteratamente e abitualmente prevaricatrice, tendente ad umiliare e sottoporre la congiunta a sofferenze fisiche e morali, così da renderle penosa l’esistenza ”.

Ebbene, con tale decisione la Corte di Cassazione ha ribadito quanto la giurisprudenza nel corso degli anni ha più volte affermato, ovverosia che in questa fattispecie di reato occorre verificare che l’agente eserciti, abitualmente, una forza oppressiva nei confronti di una persona della famiglia mediante l’uso delle più varie forme di violenza fisica o morale (ex multis Cass. Pen. 38962/2007, Cass. Pen. 12128/2008); che vi sia un soggetto che abitualmente infligge sofferenze fisiche o morali ad un altro, il quale ne resta succube.

Specialmente in un rapporto familiare che lega un uomo e una donna, connotato quindi da relazioni abituali e intense, si può verificare il reato di maltrattamenti quando il rapporto tra i due soggetti si altera attraverso lo svilimento e l’umiliazione della dignità fisica e morale del soggetto più debole ad opera dell’altro soggetto più forte; e, spesso, capita che è  l’uomo il soggetto agente che infligge sofferenze fisiche e morali, mentre la donna è la vittima.

Con l’inserimento dei maltrattamenti ex art. 572 c.p. tra i delitti contro l’assistenza famigliare, il legislatore ha inteso offrire una tutela specifica ai rapporti famigliari in linea col ruolo che la stessa Costituzione assegna alla “famiglia”, quale società intermedia caratterizzata da rapporti interpersonali basati sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sulla solidarietà, destinata ad essere il primo luogo in cui ciascun individuo cresce e afferma la propria personalità.

In tale ottica, il delitto di cui all’art. 572 c.p. ruota intorno al concetto fondamentale del maltrattare, il quale, sebbene non definito dalla legge, fa riferimento a tutti i casi in cui vi è un esercizio abituale della forza fisica o morale, che si estrinseca in più atti lesivi, che si realizzano in tempi successivi, che offendono la dignità della vittima.

La legge attribuisce particolare disvalore alla reiterata aggressione all’altrui personalità, presupponendo una condotta abituale, assegnando autonomo rilievo penale alla condotta oppressiva e prevaricatoria del soggetto colpevole, il quale persiste volontariamente in un’attività illecita che si concretizza nella vita famigliare in un sistema caratterizzato da sofferenze, afflizioni, sopraffazioni, le quali incidono negativamente sulla personalità e sul decoro del soggetto passivo.

In questa stessa pronuncia della Corte, come in altre molteplici sentenze (v. Cass. Pen., sez. VI, 11 dicembre 2003, n. 6541), la chiave di lettura dell’intera norma va individuata nell’abitualità del reato, che non significa la necessità che l’azione lesiva sia protratta nel tempo, ma è sufficiente la ripetizione di atti vessatori ed umilianti con coscienza e volontà del soggetto agente, tali da impedire la normale tollerabilità della convivenza.

A tal riguardo, l’orientamento dominante in giurisprudenza riconosce che l’art. 572 c.p. così come formulato non si applica ad atti episodici, pur lesivi anche questi dei diritti fondamentali della persona, ma comunque stigmatizza gli episodi della vita famigliare fatti di soprusi e di violenza, in cui emerge una condotta sistematica ed abituale di un coniuge tesa a rendere la vita dell’altro compagno ingiustificatamente insopportabile ed umiliante, nonché dolorosa.

In conclusione, malgrado sia molto difficile intervenire nella complessità delle dinamiche famigliari, la Cassazione con questa sentenza ha ribadito il concetto che nel rapporto di coppia non si deve in alcun modo sottovalutare la gravità di alcune forme di violenza, sebbene minori, come quella del vantarsi con la moglie del proprio tradimento, in quanto anche queste sono umilianti, dannose e del tutto inconciliabili con il benché minimo rispetto dell’affectio maritalis.

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