Anche se c’è violenza il coniuge non può abbandonare i figli

Cassazione sentenza n. 10745 del 16 marzo 2011

Il fatto

Il caso riguarda una donna di Campo Marino (Termoli) che decideva di allontanarsi dalla casa familiare, lasciando il marito ed i quattro figli minori.

A seguito dell’allontanamento, la donna non aveva mai fatto nemmeno una telefonata ai suoi figli e non aveva mantenuto con gli stessi nessun tipo di contatto, anche telefonico.

Il Tribunale di Larino, sezione distaccata di Termoli, con sentenza del 2008, condannava la donna a due mesi di reclusione e 200 euro di multa per violazione degli obblighi di assistenza familiare ex art. 570 c.p.

In secondo grado, rivoltasi la donna alla Corte d’Appello di Campobasso, i giudici di merito confermavano la sentenza di primo grado, considerando la donna responsabile, ai sensi dell’art. 570 c.p., e condannandola a due mesi di reclusione ed oltre 200,00 euro di multa per aver, la stessa, abbandonato il domicilio domestico ed essersi sottratta per 4 anni agli obblighi di assistenza familiare.

La donna proponeva, quindi, ricorso in Cassazione, sostenendo che il suo allontanamento fosse stato obbligato dal comportamento violento e dalle angherie del marito nei confronti della stessa.

A sua difesa, la donna sosteneva che il suo comportamento dovesse essere giustificato in quanto scaturito dalla “condotta violenta del marito”, e che comunque avesse sempre continuato ad informarsi sulle condizioni di vita dei figli.

La Suprema Corte confermava, in parte, le motivazioni addotte dalla Corte d’Appello nella sentenza impugnata, sostenendo che ben si possono individuare gli estremi del reato penale di cui all’articolo 570 c.p. nel comportamento della donna che resta lontana dal tetto coniugale per circa quattro anni senza riservarsi alcuna forma di contatto con i quattro figli, tutti minorenni.

E’ proprio il totale disinteresse mostrato dalla madre nei confronti della prole che impedisce di legittimarla, nonostante la donna si sia detta costretta a lasciare la casa familiare per sottrarsi alle asserite violenze del marito.

È quanto emerge dalla sentenza n. 10745 del 16 marzo 2011, emessa dalla sesta sezione penale della Cassazione.

Rischia il carcere, quindi, la madre che abbandona la casa familiare senza farsi più sentire, neanche per telefono, dai figli minori.

Il ricorso della donna, tuttavia, veniva accolto relativamente alla determinazione della pena così come stabilita dai Giudici di merito.

L’ipotesi di cui al primo comma dell’articolo 570 c.p., che la Corte d’Appello ha ritenuto sussistente, prevede in via alternativa la pena detentiva e quella pecuniaria, mentre nel caso di specie, entrambe venivano inflitte alla ricorrente.

La Suprema Corte, in ordine a questo punto, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata dalla donna e sarà, pertanto, il Giudice del rinvio, designato nella Corte d’Appello di Salerno, a definire la vicenda, stabilendo se applicare la pena detentiva o quella pecuniaria alternativamente.

La decisione della Suprema Corte con sentenza n. 10745 del 16 marzo 2011

Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare previsto e punito dall’art. 570 c.p. sussiste anche se è dipeso dall’indole violenta dell’altro coniuge.

Lo ha stabilito la Sesta sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 10745/2011, occupandosi del caso di una donna che era andata via di casa da più di quattro anni, abbandonando i suoi figli minori con cui non aveva stabilito più nessun tipo di contatto.

La donna aveva giustificato la sua condotta sostenendo che fosse dovuta al “timore in cui versava durante la convivenza con marito per l’indole violenta di quest’ultimo, da lei denunciato in precedenza per lesioni personali”.

Dati i precedenti episodi di violenza e di angherie subite dall’uomo, la signora temeva seriamente un pregiudizio per la propria incolumità fisica e si è sentita oggettivamente costretta a lasciare la casa familiare.

La ricorrente addiceva altresì a sua discolpa il fatto di non aver mai cessato di informarsi sulle condizioni di vita dei figli.

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della madre, confermando la sentenza impugnata laddove i giudici di merito avevano ritenuto che la condotta della stessa, di totale disinteresse verso i figli, al punto di non aver avuto più neppure contatti telefonici con i minori, non poteva essere giustificata facendo esclusivamente leva sulla paura per l’indole violenta del marito.

“Una madre va sempre incontro ad una condanna se si disinteressa completamente dei figli minori, anche se il suo allontanamento da casa è dovuto alla paura di essere sottoposta ad angherie e violenze da parte del marito”.

La Cassazione ha ritenuto irrilevante il fatto che la condotta della donna sia stata in qualche modo dettata dalla asserita indole violenta del marito, denunciato dalla stessa in passato per lesioni personali, ritenendo che non valga tale circostanza come scriminante del reato in questione.

Tuttavia, i supremi giudici hanno ordinato alla Corte di appello di Salerno – designato come giudice del rinvio – di rideterminare, al ribasso, la condanna per la signora in quanto è illegittimo applicare, in questo caso, la pena detentiva congiuntamente a quella pecuniaria.

I giudici di Salerno dovranno, decidere per l’una o l’altra sanzione.

Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare

Si tratta di comportamenti penalmente rilevanti, descritti nella complessa previsione dell’art. 570 c.p., ove si prevede (comma I) una pena (reclusione fino a un anno o multa fino a 1.032 €) per colui che, abbandonando il domicilio domestico, tenendo una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza nascenti dalla condizione di genitore o di coniuge e (comma II) una più grave pena (reclusione fino a un anno e multa, applicate congiuntamente) per colui che malversa o dilapida i beni del figlio o del coniuge ovvero fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti, agli ascendenti o al coniuge.

Tali ipotesi di reato possono essere commesse oltre che da un coniuge a danno dell’altro, anche dagli ascendenti nei confronti dei discendenti minori di età o inabili al lavoro, o dei discendenti a danno degli ascendenti (genitore-figlio, nonno-nipote).

Secondo l’attuale orientamento, fortemente influenzato dalle mutate concezioni di famiglia e matrimonio, i comportamenti tradizionalmente classificabili come “abbandono del tetto coniugale” ovvero di comportamento contrario alla morale delle famiglie assumono rilievo soltanto se si risolvano in violazione di un più ampio concetto di obblighi di assistenza, parzialmente riconducibili a quelli descritti dal codice civile (artt. 143 ss. c.c.).

La Cassazione, infatti, non ritiene configurabile il reato “sulla sola base dell’abbandono del domicilio domestico” ma, sulla scorta di autorevole dottrina, sottolinea come sia necessario che la condotta si realizzi nella sottrazione agli obblighi di assistenza e, al proposito, precisa: “a seguito dell’evoluzione del costume e della nuova normativa che regola i rapporti di famiglia, la qualità di coniuge non è più uno stato permanente, ma una condizione modificabile attraverso la volontà, anche di uno solo, di rompere il vincolo matrimoniale. Ne deriva che la manifestazione di tale volontà, pur se non ancora perfezionata nelle forme previste per la separazione o lo scioglimento del matrimonio, è sufficiente ad interrompere taluni obblighi, tra i quali quello della coabitazione” (Cass., sez. VI, 14 luglio 1989, in Cass. pen., 1991, I, 90).

Ben più significativa è la sottrazione agli obblighi di assistenza familiare allorché si realizza in omissioni di tipo economico (art. 570 comma 2 c.p.) e quindi, in concreto, nel comportamento di chi fa mancare i “mezzi di sussistenza” ai familiari, in particolare, se minore di età.

Tuttavia, il reato previsto dal secondo comma dell’art. 570 c.p. non va confuso con il comportamento di chi omette di versare (o riduce a propria discrezione) il contributo di mantenimento fissato dal tribunale civile in favore della prole o, eventualmente, del coniuge economicamente più debole (artt. 143 e 147 c.c.).

Il reato concerne l’omessa corresponsione dei mezzi di sussistenza, i quali sopperiscono allo “stato di bisogno” dei familiari e corrispondono, nella sostanza, a tutto ciò che è strettamente indispensabile alla vita, come il vitto, l’abitazione, i canoni per le ordinarie utenze, i medicinali, il vestiario, le spese per l’istruzione dei figli (Cass., sez. VI, 22 settembre 2004, n. 37137).

CLICCA QUI PER UNA CONSULENZA 
su questo ed altri argomenti.

Chiama Ora