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PRIVACY E DIRITTO DI CRONACA. E se ci sono i minori? Effetti collaterali di diffusioni mediatiche:

minori
19/03/2026

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Riflessioni sul “caso Treviso”

In questi giorni l’opinione pubblica è stata scossa dalla notizia dell’arresto di una professoressa della provincia di Treviso e del suo compagno giornalista, indagati in un procedimento per gravissimi reati a sfondo sessuale su minori. Le cronache parlano di foto e video che riguarderebbero la figlia minorenne della docente e alcuni nipoti, materiale che sarebbe stato scambiato in chat e conservato su dispositivi informatici.

Non è questa la sede per entrare nel merito del processo, né discutere se gli indagati siano colpevoli o innocenti: questo spetta solo ai giudici. Quello che interessa qui è un altro punto, che riguarda tutti noi: come vengono raccontate queste storie quando ci sono di mezzo bambini e ragazzi? E, soprattutto, quali danni può provocare una certa informazione non solo alla loro privacy, ma anche alle indagini e alle decisioni della magistratura?

Minori protagonisti SENZA COLPA: perché la privacy viene prima di tutto

Ogni volta che i media raccontano un fatto di cronaca che coinvolge un minore, dovrebbero ricordarsi una regola semplice: il bambino o l’adolescente viene prima della notizia. Questo significa che non conta solo evitare il nome e il cognome.

A volte bastano pochi particolari come la scuola, il tipo di famiglia, il piccolo comune, il ruolo dei genitori, perché la comunità locale riesca a capire perfettamente di chi si tratta.

Nel caso della professoressa di Treviso, alcuni articoli hanno fornito dettagli sul ruolo della donna, sul contesto familiare, sulla zona di riferimento. Nulla di apertamente “vietato” a prima vista, ma abbastanza per rendere i figli e i parenti minorenni riconoscibili nel loro ambiente. È qui che il diritto di cronaca incontra un limite molto netto: l’interesse superiore del minore a non essere esposto alla curiosità e al pettegolezzo. FOTO DEI FIGLI MINORENNI SU FACEBOOK? Multa fino a 10.000,00 euro

Il diritto di cronaca non è il diritto a dire tutto

L’informazione su fatti gravi, specie quando riguardano reati su minori, ha un ruolo importante. Aiuta a far emergere fenomeni nascosti, a stimolare il dibattito pubblico, persino a promuovere una maggiore sensibilità e prevenzione.

Ma il diritto di cronaca non coincide con il diritto di sapere ogni dettaglio. L’ordinamento italiano mette dei paletti precisi alla pubblicazione di atti e informazioni legate ai procedimenti penali, proprio per evitare che la cronaca si trasformi in spettacolarizzazione del dolore. Quando si tratta di minori, questi limiti diventano ancora più stringenti.

Il rischio di condizionare indagini e giudici

C’è poi un altro aspetto di cui si parla ancora troppo poco: gli effetti dell’informazione sulle indagini e sulle decisioni dei giudici. Un racconto mediatico martellante, fatto di anticipazioni di atti, indiscrezioni su messaggi e intercettazioni, interviste a vicini e conoscenti, non rimane mai fuori dal procedimento penale.

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Sul piano delle indagini, ciò che viene scritto sui giornali o diffuso in televisione può orientare le versioni dei testimoni, delle persone informate sui fatti, perfino degli stessi indagati. Se tutti conoscono già una certa “storia”, sarà molto difficile distinguere il ricordo spontaneo da ciò che è stato appreso dai media. Il rischio è che le fonti si contaminino, rendendo più complicato il lavoro degli inquirenti.

Ovviamente i magistrati sono professionalmente tenuti a decidere solo sugli atti, ma la pressione dell’opinione pubblica crea un clima che può incidere sulla percezione del “pericolo sociale” dell’indagato. Più la rappresentazione mediatica è univoca e colpevolizzante, più è difficile preservare un ambiente sereno e imparziale.

Non è un caso se negli ultimi anni il legislatore ha rafforzato le regole sulla comunicazione dei procedimenti penali, insistendo sulla presunzione di innocenza e sul divieto di processi paralleli sui giornali e in televisione. Con il d.lgs. 188/2021 è stato imposto alle autorità pubbliche, come magistrati, forze di polizia, altre articolazioni della pubblica amministrazione, di non presentare indagati e imputati come colpevoli e di comunicare tramite canali formali e motivati, solo se necessario o per specifiche ragioni di interesse pubblico. In questo modo si mira esplicitamente a limitare i “processi paralleli” sui media e la spettacolarizzazione dell’azione penale.

Come dovrebbe comportarsi una buona informazione quando ci sono minori

Che cosa significa allora, in concreto, fare una buona informazione in casi come quello della professoressa di Treviso?

Significa, innanzitutto, raccontare l’essenziale, rinunciando al superfluo. Dire che c’è un’indagine, spiegare quali reati sono ipotizzati, indicare il ruolo delle persone coinvolte senza renderle identificabili se non è strettamente necessario, soprattutto quando si tratta di minori.

Significa poi evitare tutti quei dettagli che servono solo ad alimentare la curiosità morbosa: il numero dei file, le descrizioni puntuali delle immagini, le frasi più scioccanti delle chat. Sono elementi che possono avere un senso nel fascicolo processuale, ma che raramente hanno una reale utilità per il dibattito pubblico.

Infine, significa ricordare che, fino a sentenza definitiva, le persone sono indagate o imputate, non colpevoli. E che, in una vicenda come questa, i soggetti più fragili non sono gli adulti che finiscono sui titoli, ma i minori che vorrebbero solo poter continuare a vivere la propria vita senza ritrovarsi al centro di un caso nazionale.