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Se la crisi della coppia preesiste al tradimento nessun addebito della separazione per infedeltà coniugale

Corte di Cassazione sentenza n. 2093 del 28 febbraio 2011

Il fatto

Il caso riguarda una coppia che si rivolgeva al Tribunale di Latina per definire il procedimento di separazione giudiziale.

Il giudice con sentenza, pronunciava la separazione personale tra i coniugi, addebitando la separazione alla moglie ed affidando i figli al padre.

Il Tribunale stabiliva, altresì, di assegnare la casa coniugale al marito, onerandolo dell’obbligo di corrispondere in favore dei figli un contributo di mantenimento nonché in favore della moglie un assegno pari ad Euro 350,00 mensili.

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza depositata il 7 marzo 2007, in parziale riforma della sentenza di primo grado, escludeva l’addebito della signora e disponeva l’affido congiunto dei figli, confermando l’obbligo del padre di corrispondere un contributo di mantenimento per i figli aumentato rispetto a quanto stabilito in primo grado nonché un assegno di mantenimento in favore della moglie pari all’importo di Euro 1.000,00 mensili.

Quanto all’addebito, i giudici di merito rilevavano che la signora aveva reso partecipe il marito della sua relazione con un uomo, come dimostrato anche attraverso l’esame dei testimoni, in un momento in cui il rapporto coniugale era già in crisi e che, pertanto, tale circostanza non poteva essere considerata la causa determinante la crisi coniugale tra i coniugi.

In ordine alla misura dell’assegno di mantenimento a favore della donna, la Corte d’Appello rilevava come non fossero risultate provate delle concrete opportunità di lavoro successive alla separazione, né l’esistenza di autonome fonti di reddito sufficienti a consentire alla stessa il mantenimento del precedente tenore di vita.

Il marito ricorreva in Cassazione proponendo quattro motivi di ricorso, nei quali sosteneva il vizio di motivazione della sentenza impugnata in ordine alla corretta valutazione degli elementi probatori fondanti la richiesta di addebito della separazione alla moglie.

Il predetto rilevava altresì, come la sentenza di secondo grado fosse viziata nella parte in cui escludeva l’addebito, posto che la relazione extraconiugale della donna era stata ampiamente provata, anche attraverso l’esame dei testimoni.

Secondo l’uomo, alla luce delle risultanze probatorie, avendo la moglie apertamente violato il dovere di fedeltà coniugale, i Giudici di merito avrebbero dovuto considerare la relazione extraconiugale quale causa della fine del matrimonio.

La Corte di Cassazione, con sentenza del 28 febbraio 2011 n. 2093, respingeva il ricorso dell’uomo in ordine al terzo motivo proposto e ritenendo preclusa la valutazione degli elementi fondanti il primo, terzo e quarto motivo poiché, mirando gli stessi a rivisitare gli elementi probatori già valutati in secondo grado e sollecitandone nuova lettura in tesi corretta e comunque più favorevole al ricorrente, richiedevano un controllo di merito non ipotizzabile in sede di legittimità.

La decisione della Suprema Corte con sentenza n. 2093 del 28 febbraio 2011

Com’è noto, l’infedeltà coniugale di cui all’art. 143 c.c., che di solito rende intollerabile la prosecuzione della convivenza tra i coniugi, può risultare determinante nella fine del matrimonio e comportare il cosiddetto addebito della separazione.

L’art. 151 c.c. prevede, infatti, la possibilità per il Giudice che pronuncia la separazione di stabilire a quale coniuge quest’ultima sia addebitabile.

A fondamento della pronuncia di addebito occorre riscontrare, in una delle parti, dei comportamenti contrari agli obblighi coniugali prescritti dal codice civile.

La pronuncia di addebito comporta, ad esempio, la perdita del diritto al mantenimento, del diritto all’assistenza previdenziale e dei diritti successori in capo al coniuge, per così dire, “colpevole”.

Tuttavia, la costante ed uniforme giurisprudenza, da tempo, ha stabilito il principio per il quale se all’epoca del tradimento l’unione dei coniugi era già in crisi, il coniuge responsabile – pur se “reo confesso” – riesce ad evitare l’attribuzione della “colpa” in sede di separazione.

La pronuncia di addebito, secondo la Cassazione, non può essere basata sulla semplice violazione dei doveri coniugali di cui all’art. 143 c.c., essendo necessario accertare l’eventuale esistenza di un collegamento (o nesso di causalità) tra la detta violazione e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

Dunque, si evidenzia che, pur a fronte della accertata violazione degli obblighi in questione, l’addebito della separazione si esclude quando il Giudice rilevi la preesistenza di un irrimediabile contrasto fra i coniugi o comunque il carattere meramente formale della convivenza, con la conseguenza che la violazione stessa non produce i suoi effetti naturali.

I comportamenti rilevanti ai fini della addebitabilità o meno della separazione sono solo quelli anteriori alla situazione di crisi della coppia e non anche quelli posteriori: non ha importanza, quindi, il comportamento tenuto dai coniugi una volta manifestatasi la frattura.

Nel caso di specie, la moglie aveva rivelato al partner di averlo tradito ed aveva palesato anche all’esterno tale relazione extraconiugale, ma non è incorsa nell’addebito, avendo dimostrato che il matrimonio risultava essere in crisi già antecedentemente al tradimento e che, pertanto, la relazione extraconiugale, non essendo riconducibile direttamente alla crisi dell’unione, non poteva essere causa dell’addebito della separazione.

Essendo il relativo comportamento infedele successivo al verificarsi della situazione di intollerabilità della convivenza, esso non è di per sé solo rilevante e non può, conseguentemente, giustificare una pronuncia di addebito.

È quanto emerge dalla sentenza n. 2093 del 28 febbraio 2011 della prima sezione civile della Cassazione, che, confermando la valutazione della Corte d’appello, ha stabilito che nessun addebito dovesse essere attribuito alla moglie che si è vista, anzi, aumentare l’assegno di mantenimento.

Nonostante la donna avesse confessato la propria relazione extraconiugale in costanza di matrimonio sia al marito che all’esterno nel loro contesto sociale, la stessa non è stata considerata responsabile della crisi coniugale e della conseguente fine del matrimonio.

La signora è, infatti, certamente venuta meno all’obbligo di fedeltà coniugale, ma la circostanza non risulta decisiva agli occhi dei Giudici.

La Corte d’Appello, ribaltando la decisione del Tribunale, aveva sostenuto che l’unione fra i coniugi risultava già in crisi al momento del tradimento e, dunque, non ha rilevato il nesso causale tra la condotta della moglie e la fine del matrimonio, necessario per la dichiarazione di addebito della separazione.

La decisione di secondo grado è stata ritenuta dalla Suprema Corte ben motivata e non censurabile in sede di legittimità.

Si legge, infatti, nella esaminanda sentenza che “la Corte territoriale ha fatto buon governo del principio enunciato da questa Corte – Cass. n. 25618/2007- secondo cui la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della convivenza e giustifica ex se l’addebito della separazione al coniuge responsabile, non è causa d’addebito se risulti provato che comunque non ha avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, siccome essa già preesisteva (cfr. anche Cass. n. 8512/2006). Il giudice di merito, pur incorrendo in errore per aver negato la violazione da parte della M. del siffatto dovere, ha comunque ritenuto di escludere l’anzidetto nesso causale tra il tradimento e la fine dell’unione coniugale, con valutazione, adeguatamente motivata, insindacabile nel merito”.

Pertanto, se, di norma, l’infedeltà coniugale costituisce causa di addebito della separazione, determinando l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, onde evitare l’addebito stesso, il coniuge che tale infedeltà abbia posto in essere dovrà fornire la prova rigorosa della preesistenza della crisi coniugale, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (vedi anche Cass. sentenza n. 16873 del 19/07/2010).

Corte di Cassazione Sez. Prima Civile
Sentenza del 28.01.2011 n. 2093

In fatto e in diritto

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza depositata il 7 marzo 2007, in parziale riforma di precedente pronuncia del Tribunale di Latina che pronunciando la separazione personale tra N. e M. G. con addebito a quest’ultima, ha affidato i figli al padre, attribuendogli la casa coniugale, ed onerandolo dell’obbligo di corrispondere alla moglie assegno alimentare in Euro 350,00 mensili, ha escluso l’addebito alla M., ha disposto l’affido congiunto dei figli, ha confermato l’obbligo del L. del mantenimento dei figli ed ha aumentato all’importo di Euro 1.000,00 mensili l’assegno di mantenimento in favore della moglie. Quanto all’addebito, ha rilevato che i testi hanno riferito che la M. rese partecipe della sua relazione con tale S. anche il marito, in un momento in cui il rapporto coniugale era già in crisi. In ordine alla misura dell’assegno di mantenimento a favore della M., ha rilevato che non sono risultate provate concrete opportunità di lavoro successive alla separazione, né l’esistenza di autonome fonti di reddito sufficienti a consentirle il mantenimento del precedente tenore di vita.

L. N., con ricorso notificato il 24.1.2008, ha impugnato per cassazione la decisione deducendo quattro motivi:

1.- per vizio di motivazione in ordine all’esclusione dell’addebito alla M. della separazione. Ascrive alla Corte territoriale errata valutazione delle prove testimoniali acquisite – deposizione delle testi B., A. e B. -, che hanno confermato la relazione extraconiugale tra la M. e tale S.

Formula sintesi conclusiva con cui chiede se difetti la motivazione laddove manchi o sia errato l’esame di prova che ha accertato suddetta relazione.

2.- analogo vizio, in relazione all’affermazione della Corte territoriale secondo cui è risultato provato che la M. intrattenne relazione con S. in un periodo di crisi coniugale, e ne fece partecipe il marito, il che non comporta violazione dei doveri coniugali. La deposizione del S. è inattendibile. La moglie, col suo tradimento accompagnato da indifferenza nei confronti suoi e dei figli, ha violato il disposto dell’art. 143 c.c. Chiede con conclusivo quesito di diritto: 1.- se il riferito comportamento violi il disposto della norma citata; 2.- se esiste vizio motivazionale attesa la non corretta valutazione delle prove.

3.- ancora vizio di motivazione in relazione all’attribuzione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie. La decisione è fondata sulla rilevata assenza d’attività lavorativa da parte delle predetta, ma non tiene conto del fatto che questa non ha cercato una propria occupazione che la rendesse indipendente; nonché sull’esigenza di mantenere il tenore di vita mantenuto in costanza di matrimonio, divenuto parametro irrilevante atteso il decorso di ben 11 anni dalla data dell’udienza presidenziale di prima comparizione.

Formula quesito di diritto con cui: 1.- chiede se è inficiata da vizio di motivazione la sentenza che esamina solo in parte il compendio istruttorio, omettendo di valutare le spese documentalmente provate; 2.- chiede se incorra in vizio di ultrapetizione la sentenza che pronunci oltre le istanze delle parti.

4.- violazione dell’art. 112 c.p.c. per aver la Corte territoriale attribuito l’assegno di mantenimento alla M. dalla data della sentenza di primo grado, in assenza di richiesta della predetta. Chiede col quesito di diritto se esista il vizio denunciato laddove la sentenza riconosca una retrodecorrenza dell’assegno senza richiesta del beneficiario.

L’intimata non ha spiegato attività difensiva. Il Consigliere rel. ha depositato proposta di definizione rilevando che:

“il primo, terzo e quarto motivo, la cui articolazione coltiva vizio di motivazione illustrando comunque il fatto controverso come prescritto dall’art. 366 bis c.p.c., critica la valutazione degli elementi probatori vagliati dal collegio, mirando in sostanza alla loro rivisitazione e sollecitandone nuova lettura in tesi corretta e comunque più favorevole, che in questa sede è però preclusa.

Il secondo motivo è infondato. La Corte territoriale ha fatto buon governo del principio enunciato da questa Corte – Cass. n. 25618/2007- secondo cui la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della convivenza e giustifica ex se l’addebito della separazione al coniuge responsabile, non è causa d’addebito se risulti provato che comunque non ha avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, siccome essa già preesisteva (cfr. anche Cass. n. 8512/2006). Il giudice di merito, pur incorrendo in errore per aver negato la violazione da parte della M. del siffatto dovere, ha comunque ritenuto di escludere l’anzidetto nesso causale tra il tradimento e la fine dell’unione coniugale, con valutazione, adeguatamente motivata, insindacabile nel merito”.

Il P.G. ha aderito alla proposta.

Il collegio ritiene di condividerne gli argomenti fondanti, osservando peraltro:

a.- che il terzo motivo è inammissibile in quanto si conclude con la formulazione di due quesiti di diritto generici. Chiede infatti in senso tautologico ed astratto se violi il disposto dell’art. 345 c.p.c. la sentenza che esamina erroneamente solo talune delle risultanze probatorie senza porle a confronto con le altre in fattispecie in cui il reddito deve essere decurtato delle spese, e se sussista vizio di ultrapetizione, in particolare se la sentenza pronunci oltre la richiesta dell’assegno di mantenimento e la sua decorrenza. Sono dunque solo apparente e non rispondono “all’esigenza di cooperazione all’espletamento della funzione nomofilattica della S.C., posta con chiarezza dalla prescrizione di cui al citato art. 366 bis c.p.c.” – Cass. n. 4044/2009 e n. 8463/2009 -. b.- che il quarto motivo è privo di fondamento. La Corte di merito non è incorsa nel denunciato vizio di ultrapetizione nell’attribuzione dell’assegno di mantenimento con decorrenza dalla sentenza di primo grado. Senza tener conto della ordinaria decorrenza dell’assegno dalla data della domanda nel giudizio di separazione, ha piuttosto inteso far salvi gli effetti dei provvedimenti provvisori assunti nel corso del precedente grado, facendone decorrere gli effetti dalla data della sua definizione.

Il ricorso deve pertanto essere respinto.

Non vi è luogo a provvedere sul governo delle spese in assenza d’attività difensiva della parte intimata.
P.Q.M.

La Corte:

Rigetta il ricorso.

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