La separazione non può essere addebitata alla moglie che lascia la casa familiare per i continui litigi con la suocera convivente

Corte di Cassazione, sentenza n. 4540 del 24 febbraio 2011

Il fatto

Il caso riguarda una famiglia di Pescara: moglie, marito, due figli e la suocera vivevano insieme da quindici anni.

La situazione diventava insostenibile a causa dei continui litigi, tanto che la moglie, dopo aver annunciato verbalmente la ferma volontà di andarsene, senza consenso del coniuge e senza attendere la separazione formale, aveva abbandonato la casa perché non tollerava più la convivenza con la suocera.

Una volta introdotto il ricorso per la separazione, la donna aveva spiegato di essersi determinata all’abbandono della casa coniugale a causa dell’irreparabile frattura creata dal marito nonché dell’ingerenza della suocera convivente con cui – come era emerso in istruttoria – vi erano frequenti litigi.

Il Tribunale di Pescara pronunciava la separazione senza addebito a carico della moglie.

La Corte d’Appello dell’Aquila adita dalla stessa donna, con sentenza del 2006, attribuiva alla moglie la colpa della crisi, addebitandole, così, la separazione per aver violato un dovere coniugale, avendo, la stessa abbandonato la casa familiare per scelta unilaterale e senza giusta causa e, comunque, in assenza di atti di violenza, tradimenti o atti di una gravità tale da imporre alla donna di attendere i tempi della separazione.

Avverso questa decisione la donna proponeva ricorso in Cassazione, adducendo sette motivi di ricorso, nei quali, fra l’altro, sostenendo che la lunga convivenza con la madre di lui ed il clima insopportabile di litigi che ormai si viveva in casa l’avevano costretta ad andare via senza attendere la separazione formale.

La signora rilevava come la Corte d’appello avesse trascurato il valore decisivo della ormai prolungata ed irrimediabile compromissione del rapporto matrimoniale, determinato da quotidiani e plateali litigi, a nulla rilevando, invece, l’assenza di maltrattamenti o tradimenti consumati

L’uomo resisteva in giudizio con controricorso, sostenendo che l’illegittimo allontanamento della moglie dalla casa familiare non potesse in alcun modo giustificarsi con la sola ingerenza della suocera convivente nell’ambito dei rapporti tra i coniugi stessi.

La Corte ha sostenuto che “la giusta causa di allontanamento è ravvisabile anche nei casi di frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi”, ed ancora ha affermato che “se la frattura è precedente l’allontanamento dalla casa coniugale, della quale pertanto non poteva essere stato causa, l’addebitabilità della separazione al coniuge che si allontani dev’essere esclusa”.

Nell’accogliere il ricorso proposto dalla donna, La Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata, rinviando alla Corte d’Appello di L’Aquila, in diversa composizione, affinché valuti se, nel caso di specie, l’abbandono della casa coniugale da parte della donna sia intervenuto quando la crisi di coppia era già avviata ovvero se la stessa abbia dato causa alla rottura, prescindendo dalla circostanza relativa all’assenza di atti di violenza o tradimenti che, secondo la Corte, non incidono sul nesso causale.

La decisione della Cassazione con sentenza n. 4540 del 24 febbraio 2011
Nella sentenza in esame, i Giudici di legittimità hanno sostenuto che per allontanarsi dalla casa coniugale essere sufficiente la presenza scomoda ed invadente della suocera.

Ciò anche se l’abbandono della residenza è avvenuto in assenza di gravi motivi quali il tradimento del coniuge o le vessazioni ma semplicemente per l’impossibilità di continuare a vivere tutti insieme.

Il semplice allontanamento volontario non è considerato sufficiente per l’addebito della separazione, dal momento che il giudice deve verificare se la violazione ha assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza.

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 4540 del 24 febbraio 2011, ha accolto il ricorso presentato da una donna avverso la decisione con cui la Corte d’appello di L’Aquila aveva addebitato alla stessa la separazione coniugale dall’ex marito, in considerazione della circostanza dell’abbandono della casa coniugale prima della separazione formale.

Nel caso di specie, infatti, i Giudici hanno valutato il comportamento della donna, che, prima di abbandonare il “tetto coniugale”, aveva resistito ben 15 anni finché non si era creata quella “situazione di intollerabilità grave ed irreversibile” che, a parere degli ermellini, “assolve” la moglie dall’accusa di aver violato i doveri assunti con le nozze.

Viene, quindi, respinta la richiesta del marito abbandonato di addossare alla donna la responsabilità della fine “ingiustificata” di un’unione in cui non c’erano mai state violenze o tradimenti.

Per la giusta causa, infatti, la Corte osserva che non occorrono necessariamente i maltrattamenti o l’adulterio, ma è sufficiente l’esistenza di una situazione che rende impossibile la coabitazione.

Pertanto, poiché ai fini della pronuncia di addebito occorre verificare se la violazione dei doveri coniugali imposti dall’art. 143 c.c. abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, ne deriva che laddove non vi sia prova che il comportamento di uno o di entrambi non sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito.

Per tali ragioni, la Corte ha cassato con rinvio la sentenza della Corte d’Appello, rimettendo alla stessa la questione al fine di valutare se, nel caso di specie, l’abbandono della casa coniugale da parte della donna sia intervenuto quando la crisi di coppia era già avviata ovvero se la stessa abbia dato causa alla rottura, prescindendo dall’assenza di atti di violenza o tradimenti che non incidono sul nesso causale.

Il precedente giurisprudenziale
La Corte di Cassazione aveva più volte affrontato la casistica dei rapporti coniugali che si rompono a causa delle difficoltà create dai suoceri.
Ad esempio, con la sentenza n. 11922 del 2009, la Corte aveva stabilito che per la pronuncia di addebito della separazione può non bastare la violazione dei doveri coniugali che il codice civile stabilisce all’art. 143, ma occorre accertare l’effettivo nesso tra tale violazione ed intollerabilità della prosecuzione della convivenza.
Il giudice, quindi, può anche escludere l’addebito della separazione al coniuge che abbia violato uno dei doveri coniugali, e quindi giustificargli l’eventuale abbandono del tetto coniugale.
Deve ovviamente essere dimostrata una situazione preesistente di contrasto insanabile tra le parti, oppure una convivenza puramente formale.
E’ ovvio che questa situazione già difficile deve essere stata esasperata dall’intervento dei suoceri che interferiscono nelle scelte e nelle decisioni dei coniugi.
Ancora, con la sentenza n. 1202 del 2006, richiamata anche dalla sentenza in esame, la Corte aveva sostenuto che l’allontanamento dalla residenza familiare, deciso unilateralmente dal coniuge senza il consenso dell’altro, può non costituire violazione dei doveri coniugali se legittimato da una situazione di fatto, o da avvenimenti o comportamenti altrui che di per sé rendano impossibile la prosecuzione della convivenza.
La “giusta causa” può essere ravvisata nei frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente se tali litigi risultano intollerabili e tali da non rendere possibile la prosecuzione della convivenza.

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