Genitori inadeguati: Potestà genitoriale attribuita al Comune di Roma sentenza della Corte d’Appello di Roma del 16 novembre 2009

Il fatto

La vicenda ha inizio nel 2003. Una coppia di fatto interrompe la propria convivenza ed inizia un procedimento giudiziario che veda risolta la lite in ordine all’affidamento ed alle modalità stesse in nell’interesse dei due bambini, all’epoca di 8 e 5 anni.

Il Tribunale per i Minorenni di Roma competente, nell’attribuire l’affidamento dei minori ad entrambi i genitori collocava i predetti presso la madre con facoltà per il padre di vederli secondo un preciso calendario di visite.

La sentenza prevedeva, inoltre, un contributo di mantenimento che il marito avrebbe dovuto corrispondere in favore dei figli.

Con ricorso davanti alla Corte di Appello di Roma – Sezione Minori, la madre chiedeva di riformare la sentenza del Tribunale in ordine alle modalità di affidamento ed all’assegno di mantenimento ritenuto esiguo nell’ammontare .

Il padre, nel costituirsi, si opponeva lamentando l’assenza di un rapporto con i figli per esclusiva responsabilità della ex coniuge.

I giudici di merito disponevano una consulenza psicologica sui genitori, dall’esame della quale emergeva una inadeguatezza educativa da parte degli stessi con la conseguente richiesta di decadenza della potestà genitoriale ed affidamento dei minori ad una casa famiglia del Comune di Roma.

La decisione della Corte d’Appello di Roma del 16 novembre 2009

Di fronte alla forte conflittualità dei genitori ed inadeguatezza genitoriale a condividere un percorso di crescita equilibrato e sereno per i bambini, la Corte d’Appello adita decideva di sottrarre la patria potestà ai Sigg.ri X ed Y e di attribuirla al Comune di Roma, nella persona del sindaco Alemanno, anche attraverso i Servizi Sociali.

La guerra della coppia in esame per l’affido dei due figli minorenni termina pertanto con un’inedita decisione a seguito della quale, ove i bambini, che oggi hanno 14 e 11 anni, dovessero aver bisogno di un intervento chirurgico, l’ultima parola spetterebbe proprio al primo cittadino di Roma.

La decisione della Corte d’Appello di Roma, allo stato attuale, resta insindacabile e la potestà genitoriale dei bambini resta attribuita al Comune di Roma.

Tuttavia, pure nella impossibilità di riforma, la sentenza lascia aperto uno spiraglio per i genitori Sigg.ri X ed Y, invitando gli stessi ad intraprendere un percorso psicologico volto a recuperare la capacità genitoriale con l’ausilio e l’intervento dei servizi sociali capace di ‘monitorare’ la situazione de qua nel corso del tempo.

All’esito di questo percorso, sarà possibile per entrambi i genitori ricorrere al Tribunale dei Minori per chiedere il reintegro della potestà sui bambini.

Giova sottolineare in tale sede come i Giudici abbiano voluto dare un segnale forte a quei genitori che, perdendo di vista il reale interesse del minore, si concentrano in modo patologico ed egoistico sulle problematiche della coppia riversando ogni disagio proprio sui figli stessi.

L’inadeguatezza genitoriale a prendersi cura in via prioritaria del percorso formativo equilibrato del minore è proprio questo.

Potestà genitoriale e decadenza

Giova ricordare che, ai sensi dell’art. 320 c.c., i titolari della potestà genitoriale rappresentano i minori in tutti gli atti civili e ne amministrano i beni.

La potestà genitoriale viene intesa non come un diritto in capo ai genitori (o al tutore) ma come una funzione pubblica da questi esercitata.

Lo Stato, infatti, vuole difendere i minori che potrebbero essere danneggiati da inadempienze dei genitori ed, al contempo, garantire loro una crescita armoniosa nel proprio contesto genitoriale: pertanto, stabilisce una serie di doveri dei genitori nei confronti della prole.

La perdita della patria potestà ai sensi dell’art. 330 del Codice Civile si verifica solo quando si accerti giudizialmente che un genitore abbia violato o trascurato i doveri genitoriali e, quindi, si “disinteressi” dei figli o abbia abusato dei poteri con grave pregiudizio degli stessi.

La decadenza dalla potestà genitoriale significa non avere più voce in capitolo su tutto ciò che riguarda i figli.

Si tratta di un provvedimento di natura sanzionatoria che comporta la sottrazione al genitore inadempiente dei poteri di rappresentanza e di amministrazione dei beni del figlio nonché dell’usufrutto legale sui beni stessi, finalizzato alla sua educazione e l’istruzione, parallelamente alle sanzioni previste dal codice penale che l’art. 570 riconduce testualmente a “chiunque si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori”.

Lasciando tuttavia inalterati i doveri di assistenza del genitore decaduto, penalmente sanzionati (Cassazione, sentenza n. 43822 del 2009).

Secondo l’art. 317, nel caso di impedimento (si pensi al genitore che va a lavorare all’estero) o incapacità che renda impossibile ad uno dei genitori l’esercizio della potestà, questa è esercitata in modo esclusivo dall’altro.

Tra i casi di incapacità appaiono rilevanti quelli in cui tale impedimento derivi da provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria a tutela del minore, come nella presente pronuncia della decadenza ex art. 330 c.c., o in seguito ad interdizione di uno dei genitori.

Ai sensi dell’art. 332 c.c. il Giudice competente può, tuttavia, sempre disporre la reintegrazione nella potestà del genitore o dei genitori quando vengano a cessare le ragioni della decadenza, in particolare quando venga accertata l’esclusione di ogni pregiudizio in capo al minore.

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