Anche nella frequentazione stabile le violenze sul partner sono maltrattamenti in famiglia

Corte di Cassazione – sentenza n. 24668 del 30 giugno 2010

Il fatto

La Suprema Corte ha accolto il ricorso di una giovane ragazza di Bologna, che era stata picchiata più volte dal fidanzato.

I due avevano una stabile relazione da diverso tempo ed entrambi vivevano quotidianamente nelle reciproche residenze.

La ragazza ha impugnato la sentenza con cui la Corte d’Appello del capoluogo emiliano aveva escluso la sussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia.

La corte d’Appello di Bologna, infatti, non aveva ravvisato uno stabile rapporto di comunità familiare tra l’imputato e la parte offesa, nonostante i due avessero una relazione sentimentale e la donna frequentasse assiduamente la casa del compagno.

La quinta sezione penale della Suprema Corte ha accolto il ricorso della ragazza, precisando che non è necessaria la convivenza della coppia affinché possa configurarsi il reato di maltrattamenti in famiglia, posto che è sufficiente una stabile relazione affettiva in cui le parti siano legate da una intimità continuativa e da abitudini comuni.

La decisione della Suprema Corte con sentenza n. 24668 del 30 giugno 2010

L’art. 572 del codice penale rubricato “maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli” recita: “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, e’ punito con la reclusione da uno a cinque anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni”.

La quinta sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n. 24668 del 30/06/2010), sulla scorta del recente orientamento della giurisprudenza, ha stabilito che il reato in esame sussiste a prescindere dalla convivenza o dalla coabitazione della coppia.

Per la configurabilità del reato previsto e punito dall’articolo 572 del codice penale è “sufficiente che intercorrano relazioni abituali tra il soggetto passivo e quello attivo”.

La norma in questione, infatti, tutela le persone della famiglia “ove per famiglia non si intende soltanto un consorzio di persone avvinte da vincoli di parentela naturale o civile, ma anche una unione di persone tra le quali, per intime relazioni e consuetudini di vita, siano sorti legami di reciproca assistenza e protezione e di solidarietà”.

La Corte ha chiarito che, una volta accertata la sussistenza di un rapporto stabile tra due persone, dimostrato da una relazione di vita sempre più stretta che rafforzi conseguentemente i legami di assistenza e solidarietà tipici della “famiglia” (anche se di fatto), spetta alla convivente, in caso di maltrattamenti, la tutela prevista dall’articolo 572 del codice penale.

In precedenza, la Corte di merito aveva ritenuto che, nonostante le offese e le minacce subite dalla parte lesa, si dovesse escludere la sussistenza del delitto di cui all’articolo 572 c.p., non essendo emerso uno stabile rapporto di comunità familiare tra le parti, seppure ci fosse prova di una relazione sentimentale.

Recentemente, invece, la giurisprudenza di legittimità segue un orientamento maggioritario secondo il quale il delitto di maltrattamenti in famiglia è ravvisabile anche per la cosiddetta famiglia di fatto, ovvero “quando in un consorzio di persone si sia realizzato, per strette relazioni e consuetudini di vita, un regime di vita improntato a rapporti di umana solidarietà ed a strette relazioni, dovute a diversi motivi, anche assistenziali” (vedi Cass. sentenza n. 8953/1997).

Ne deriva che, ai fini della configurabilità del reato in esame, si richiede soltanto che si tratti di un rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto, instaurato tra due persone con legami di reciproca assistenza e protezione (ex multis, Cass. sez. VI, 24 gennaio 2007, n. 21329; ssez. III, 13 novembre 1985, n. 1691; sez. VI, 7 dicembre 1979, n. 4084).

Non è, quindi, necessaria la convivenza e/o la coabitazione, posto che esse non rappresentano un presupposto della fattispecie criminosa in esame.

Gli Ermellini, nella esaminanda sentenza, richiamano anche altri precedenti giurisprudenziali come, ad esempio, la sentenza n. 49109/2003, in cui la Corte stessa ha affermato che il reato di maltrattamenti in famiglia sussiste anche quando la convivenza sia cessata a seguito di separazione legale o di fatto.

I supremi Giudici, pur riconoscendo l’esistenza di un orientamento giurisprudenziale diverso, ritengono che, stando al tenore letterale della norma, non sia possibile desumere che la stabile convivenza e/o la coabitazione costituiscano presupposti del delitto di cui all’articolo 572 c.p.

Il reato di maltrattamenti in famiglia sussiste, quindi, anche nell’ambito delle coppie di fatto, posto che presupposto del reato stesso non è il matrimonio né la convivenza, ma una stabile relazione sentimentale tra il reo e la vittima.

Molteplici sono, infatti, le sentenze che negli ultimi anni hanno affermato il principio secondo il quale affinché si configuri il reato di maltrattamenti in famiglia è sufficiente un rapporto stabile di convivenza, idoneo a determinare obblighi di solidarietà e di mutua assistenza ovvero un rapporto affettivo duraturo tra l’autore e la vittima anche se non conviventi (Cassazione, sentenza dell’8 novembre 2005, n. 44262).

Nel caso di specie, posto che è stata provata la stabile relazione tra i due, dando luogo ad una situazione qualificabile come famiglia di fatto, i componenti possono essere ricompresi nella tutela prevista dall’articolo 572 del Codice Penale.

Evidenti risultavano, infatti, i gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato, costituiti dalle dichiarazioni della persona offesa che ha riferito di subire da anni episodi di violenza fisica e psicologica da parte dell’uomo.

Sulla base degli elementi probatori, secondo la Suprema Corte, i Giudici di merito hanno correttamente ritenuto sussistenti i gravi indizi necessari per la configurabilità del reato di maltrattamenti, avendo l’indagato posto in essere una condotta caratterizzata da continui e ripetuti fatti vessatori, concretizzatisi anche in vere e proprie aggressioni fisiche nei confronti della donna.

L’orientamento della giurisprudenza

Agli effetti dell’art. 572, deve considerarsi “famiglia” ogni consorzio di persone tra le quali per relazioni sentimentali continuative e di consuetudine di vita siano sorti rapporti di assistenza e di solidarietà per un apprezzabile periodo di convivenza (Cass. pen., n. 186276/90, n. 193274/92 e n. 8953/97) affini a quello di una normale famiglia legittima (Cass. pen., n. 184342/89): il reato sussiste, quindi, anche nei riguardi di una persona convivente more uxorio.

E’ comunque sufficiente un regime di vita improntato a rapporti di umana solidarietà ed a strette relazioni, dovute a diversi motivi anche assistenziali (Cass. pen. n. 208444/97).

Pur essendo necessaria l’esistenza di relazioni continuative tra delinquente e vittima, la convivenza e la coabitazione non sono presupposti imprescindibili del delitto di maltrattamenti.

La cessazione del rapporto di convivenza non influisce sulla configurabilità del reato di maltrattamenti, la cui consumazione può aver luogo anche nei confronti di persona (unita all’agente da vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione) non convivente con l’imputato a seguito di separazione legale o di fatto (v. Cass. pen. n. 183283/89, n. 206399/96, n. 282/98 e n. 3580/99, in fattispecie in cui l’imputato aveva commesso ripetuti atti di violenza fisica e morale in danno della moglie anche dopo la separazione).

In caso di relazioni affettive, neppure la coabitazione costituisce un presupposto essenziale del reato di maltrattamenti (Cass. pen., n. 116810/70).

La nozione di maltrattamenti

Nella nozione di “maltrattamenti” rientrano i fatti lesivi della integrità fisica e del patrimonio morale del soggetto passivo, che rendano abitualmente dolorose le relazioni familiari.

I maltrattamenti possono manifestarsi in vario modo e con una pluralità di atti diversi:

a) infliggendo sofferenze morali che determinano uno stato di avvilimento o
b) con atti o parole che offendono il decoro e la dignità della persona, ovvero
c) con violenze (indipendentemente dalla loro traccia) capaci di produrre sensazioni dolorose (Cass. pen. n. 186593/90).

Rientrano nello schema di tale delitto non soltanto le percosse, le ingiurie e le privazioni imposte alla vittima, ma anche le manifestazioni e gli atti consapevoli di offesa, disprezzo, umiliazione, scherno, vilipendio o asservimento: Cass. pen. n. 160382/83): la vittima stessa deve subirli non come uno specifico stato di violenza, ma nell’ambito delle complessive e durevoli sofferenze morali a lei inflitte (Cass. pen. n. 160382/83).

Secondo la giurisprudenza, integrano gli estremi dell’elemento oggettivo del reato i seguenti comportamenti:
a) il comportamento del marito che offenda la moglie congiungendosi carnalmente nella casa coniugale con la sorella di lei;
b) la condotta che provochi uno stato di avvilimento e di sofferenza nella convivente costretta a lavorare per soddisfare i vizi dell’agente e costretta a sopportarne le continue infedeltà di cui questi si faceva persino vanto per mortificare ancor più la vittima;
c) il comportamento del marito che costringa la moglie a sopportare la presenza della concubina nel domicilio coniugale;
d) i tentativi e le azioni diretti ad ottenere pratiche sessuali contro natura (se tali atti non realizzino, per difetto di un qualche elemento, le ipotesi delittuose di cui agli artt. 519 e 521) (Cass. pen., n. 205979/96)

Nella materialità del delitto di maltrattamenti rientrano non soltanto percosse, minacce, ingiurie, privazioni imposte alla vittima, ma anche atti di scherno, disprezzo, umiliazione e di asservimento idonei a cagionare durevoli sofferenze fisiche e morali.

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