Sette anni per decidere l’affidamento dei figli che ormai hanno ventanni

Tribunale di Roma – sentenza del 2011

Il fatto

Una coppia di coniugi di Roma decideva di separarsi giudizialmente.

All’instaurazione del procedimento, ossia nel 2003, l’uomo, allontanatosi dalla casa familiare, tornava a vivere con la madre ed iniziava una vera e propria battaglia per ottenere l’affidamento esclusivo dei due figli, che, a quell’epoca, avevano tredici anni in un clima di forte litigiosità dei coniugi  stante le reciproche denunce e controdenunce  tra gli stessi.
Tra gli episodi rilevanti, quello dell’aprile del 2004, quando la signora, nel tornare a casa accompagnata da un altro uomo, trovava ad aspettarla l’ex marito con i figli, i quali, incitati dal padre, si scagliavano contro il nuovo compagno della madre, mentre l’uomo aggrediva la predetta.
In sede penale, l’uomo veniva condannato a sei mesi di reclusione per maltrattamenti nei confronti della moglie.
La donna, accusata dall’ex marito di violazione degli obblighi di assistenza familiare, per non aver asseritamente nutrito i due figli, veniva assolta.
Dopo quattro mesi, i due gemelli decidevano di andare a vivere con il padre, per poi, raggiunta la maggiore età, tornare dalla madre.
La decisione relativa all’affidamento dei ragazzi, resa difficile dalla conflittualità dei coniugi, veniva, peraltro, rallentata da una serie infinita di rinvii e slittamenti delle udienze ed arrivava con sette anni di ritardo.
Nella sentenza de qua, dopo oltre sette anni dall’instaurazione del procedimento,  il Tribunale di Roma, noncurante della maggiore età raggiunta dei figli, si pronunciava sull’affidamento che, per i maggiorenni appare del tutto privo di alcun valore giuridico.

La realtà della giustizia italiana
Tale vicenda è descritta nel nostro Sito al solo fine di fornire ai coniugi vittime di una giustizia inadeguata nei tempi, un supporto normativo a cui riferirsi per ottenere i risarcimenti dei danni.

Lo Stato italiano è stato più volte ritenuto inadempiente all’obbligo di assicurare una durata ragionevole del processo, sia penale che civile, fino a ricevere valanghe di condanne da parte dell’Unione Europea.

A livello comunitario, il problema è stato affrontato dalla Corte Europea che, in questi decenni, ha elaborato i principi fondamentali in materia di ragionevole durata del processo, affermando che si tratta di un vero e proprio obbligo di risultato per gli Stati.

Su spinta, dunque, dell’Unione Europea, il nostro paese si è parzialmente adeguato, approvando la legge costituzionale 23 novembre 1999 n. 2, con cui si sono inserivano nell’art. 111 della Costituzione i principi del “giusto processo”, in base ai quali ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità ed, in particolare, la legge ne assicura la ragionevole durata.

L’Italia ha violato, tuttavia, sistematicamente il “termine ragionevole” del processo e per porvi rimedio, oltre alla previsione di una riforma della giustizia che renda celeri e spediti i procedimenti, istituiva una giurisdizione interna per l’accertamento della violazione e della quantificazione dell’indennizzo, così da ridurre la mole di ricorsi presentati alla Corte di Strasburgo.

Si tratta della legge n. 89 del 24/03/2001, cosiddetta Legge Pinto.

Nonostante, però, le riforme già approvate e quelle al vaglio parlamentare, ad oggi, i risultati non possono ancora dirsi soddisfacenti.

«Nel corso del 2010, lo Stato italiano ha riportato numerose condanne (95 su 98 provvedimenti), la maggior parte delle quali tuttavia seriali in materia di ragionevole durata del processo (44) e di determinazione dell’equo indennizzo ai sensi dell’articolo 41 della convenzione rispetto a pronunce di accertamento di violazione già emanate in anni passati (34 in quest’ultimo senso)».

È ciò che emerge dall’analisi pubblicata recentemente dall’avvocatura della Camera dei Deputati che annualmente pubblica un «Osservatorio sulle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo».

La richiesta di un processo rapido, equo, al termine del quale le vittime siano effettivamente e adeguatamente risarcite ci giunge, quindi, perentoriamente e direttamente dall’Unione Europea.

Attualmente è in discussione al Senato (A.S. n. 1440) il disegno di legge che introdurrà alcune modifiche alla legge n. 89 del 24 marzo 2001 relative a:

• introduzione del principio della cooperazione indispensabile della parte, che dovrà formulare la richiesta, al giudice procedente, di sollecita definizione del processo;

• introduzione di una procedura amministrativa preliminare presso il presidente della corte d’appello che provvederà, con decreto esecutivo, al pagamento di un equo indennizzo;

• previsione di un’eventuale fase contenziosa successiva.

L’equo indennizzo per eccessiva durata dei processi

Ad oggi lo strumento di tutela, seppure successiva, è, dunque, quello rappresentato dal diritto all’equo indennizzo per cui ogni cittadino che abbia subito un giudizio (di Primo Grado, di Appello o di Cassazione) di durata eccessiva può presentare un ricorso alla Corte d’Appello competente, richiedendo il risarcimento del danno, entro sei mesi dalla conclusione del giudizio stesso (dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva) ed indipendentemente dall’esito positivo o negativo della sentenza ottenuta.

All’art. 2 della predetta Legge Pinto si impongono dei veri e propri criteri di valutazione della durata del processo, per cui il giudice, come stabilito da copiosa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, deve considerare il comportamento delle parti e determinare il quantum dell’indennizzo in base al periodo di tempo eccedente il termine ragionevole.

Quel che interessa ai fini del ristoro del danno, è il comportamento del giudice e di ogni altra autorità chiamata a concorrere o contribuire alla definizione del processo.

Accertato il nesso tra anomalie del processo e danno lamentato nei limiti anzidetti – esclusivamente per l’eccedenza non addebitabile alla parte, rispetto alla durata fisiologica del processo – l’art. 3 della Legge Pinto pone specifici parametri valutativi, richiamando l’art. 2056 c.c. e, nel caso di un danno che non possa essere agevolmente quantizzato, l’art. 1226 c.c. (valutazione equitativa).

La tutela giuridica nei casi di violazione del termine ragionevole di un processo consente di valutare e condannare ad un’equa riparazione l’Amministrazione Pubblica.

Tale normativa prevede il diritto ad un’equa riparazione del danno (patrimoniale e non patrimoniale) per tutti coloro che hanno subito un processo di durata eccessiva, ovvero superiore ai tre anni per il Primo Grado, ai due per l’Appello, ad uno per la Cassazione.

Il risarcimento accordato dalle Corti d’Appello, presso le quali viene depositato il relativo ricorso, è in media pari a € 1.000,00 per ogni anno di ritardo: quindi, superiore ai tre se si tratta di un processo di Primo Grado, ai due se è di Appello, a uno se è in Cassazione.

L’equa riparazione prevede il risarcimento di danni sia patrimoniali che non patrimoniali.

In relazione ai primi, occorre dimostrare che l’iter processuale, di cui si lamenti l’eccessiva durata, abbia causato specifici danni al patrimonio (ad esempio, la perdita di reddito, ovvero l’impossibilità di acquisire proventi).

Per quanto riguarda, invece, i danni non patrimoniali, la Corte di Cassazione si è adeguata alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale conferma che “ai sensi dell’art. 2, della Legge 24 marzo 2001, n. 89, il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorché non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”.

Dunque, poiché il danno non patrimoniale costituisce una conseguenza diretta della violazione, è normale che l’irragionevole lunghezza di un processo produca, nella parte coinvolta, afflizioni, ansie, e sofferenze morali che non occorre dimostrare.

Osservazioni

Riteniamo, infine, come già sostenuto in altre sedi, che, oltre alle riforme giudiziarie e/o alle correzioni delle leggi già esistenti, sarebbe utile un intervento su più piani: innanzitutto, quello dei genitori che, seppure decisi ad allontanarsi, dovrebbero cercare di affievolire la conflittualità nell’interesse dei figli o quantomeno farsi assistere da tecnici del settore (psicologi, servizi sociali, avvocati ecc.) che li aiutino a gestire il conflitto stesso ed eventualmente a risolverlo al di fuori delle vie giudiziali.

In secondo luogo, gli avvocati che, invece di alimentare l’animosità dei coniugi in crisi che si rivolgono agli studi legali, ben potrebbero offrire soluzioni collaborative e conciliative, ponendo l’attenzione sui vantaggi per i coniugi e soprattutto per i minori coinvolti, derivanti da un confronto ed una comunicazione pacifici che rendano essi stessi protagonisti delle loro scelte.

 

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