Nella quantificazione dell’assegno di mantenimento ha rilevanza l’esistenza di figli naturali

Corte di Cassazione sentenza n. 8227 del 11.04.2011

Il fatto
Con sentenza non definitiva, depositata il 4.7.2003, il Tribunale di Roma pronunciava la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto tra due coniugi, disponendo la prosecuzione della causa per la decisione delle ulteriori domande degli stessi.

Con sentenza definitiva del 1.3.2005 il medesimo Tribunale affidava la figlia alla madre, regolamentando le sue frequentazioni con il padre e determinava il contributo dovuto da quest’ultimo per il mantenimento della figlia minore in Euro 300,00 mensili con decorrenza dal febbraio 2005, escludendo il diritto della ex moglie a percepire un assegno di divorzio.

Avverso detta sentenza la donna proponeva appello, chiedendo l’aumento dell’assegno di mantenimento della figlia nonché la corresponsione di un assegno di divorzio per sé stessa.

Con sentenza del 2007 la Corte d’Appello di Roma, in accoglimento delle istanza della donna, disponeva a carico dell’uomo l’aumento del contributo per il mantenimento della figlia in Euro 400,00 mensili, con la decorrenza e la rivalutazione disposta dal Tribunale, e condannava lo stesso a corrispondere alla ex moglie un assegno divorzile di 150,00 Euro mensili, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza di primo grado e la rivalutazione secondo gli indici ISTAT dal marzo 2006.

L’uomo proponeva ricorso per cassazione sulla base di trentaquattro motivi.

La donna resisteva in giudizio con controricorso.
In particolare, il ricorrente chiedeva la riduzione dell’assegno di mantenimento disposto in favore della figlia legittima, sostenendo che, avendo, lo stesso, formato una nuova famiglia di fatto ed avendo avuto altri due bambini, il suo reddito, detratte le spese fisse, non gli consentiva di destinare anche a questi ultimi una quota di mantenimento pari a quella disposta per la prima figlia.
L’aumento dell’assegno disposto per la figlia legittima creava, quindi, uno squilibrio, considerate le possibilità economiche dell’uomo, e ciò a svantaggio dei due figli naturali avuti dalla convivente.

Tra l’altro, il ricorrente, con i motivi dal ventitreesimo al trentunesimo, lamentava che l’assegno di mantenimento per la figlia legittima, determinato dal giudice di primo grado in Euro 300,00 fosse stato portato ad Euro 400,00 mensili ed, inoltre, che la decorrenza e rivalutazione fossero state fissate a partire dal febbraio 2005, cioè dal mese precedente quello di deposito della sentenza (definitiva) di primo grado.

Infine, l’uomo sosteneva l’illegittimità della determinazione dell’assegno divorzile disposto in favore della ex moglie pari ad un importo di Euro 150,00, assumendo che il giudice non avrebbe tenuto conto dell’autosufficienza economica della signora e chiedendo sostanzialmente alla Corte di Cassazione un riesame del merito.

La decisione della Corte di Cassazione con sentenza n. 8227 del 11.04.2011

La prima sezione civile della Cassazione con la sentenza n. 8227/2011 ha accolto un solo motivo dei 32 formulati nel ricorso dal padre.
I giudici di legittimità, prendendo coscienza delle necessità delle famiglie allargate, hanno completamente ribaltato le decisioni di primo e secondo grado, disponendo la riduzione di 100 euro dell’assegno di mantenimento al figlio legittimo, in modo da garantire che anche gli altri due figli del ricorrente potessero beneficiare di un assegno di pari importo.

La Suprema Corte ha sottolineato che tutti i figli, naturali e legittimi, hanno diritto ad un pari trattamento da parte dei genitori.
Il giudice non può liquidare al genitore affidatario un assegno per il mantenimento del figlio legittimo che, tenuto conto del reddito complessivo dell’ex coniuge, incida sul mantenimento dei figli naturali avuti dall’altro coniuge con nuovo compagno”.
La Corte, nel caso di specie, ha rideterminato al ribasso il mantenimento dovuto dal padre per la figlia legittima, poiché il reddito del ricorrente stesso (1.600,00 € mensili) non appariva in grado di destinare al mantenimento di ciascuno degli altri due figli naturali un importo mensile di € 400,00, e, pertanto, risultava maggiormente conforme l’importo di € 300,00 come già riconosciuto dal Tribunale di Roma.
In particolare, la Suprema Corte ha chiarito che l’articolo 261 del c.c. afferma il principio di parità di trattamento da parte del genitore dei figli naturali e legittimi, e, quindi, di parità di trattamento anche per quanto riguarda l’obbligo di mantenimento.
L’art. 261 cc, stabilisce, infatti, che il riconoscimento del figlio naturale comporta, da parte del genitore, l’assunzione di tutti i doveri e di tutti i diritti che egli ha nei confronti dei figli legittimi, previsti nell’art. 147 cc, che afferma “il principio di parità di trattamento da parte del genitore dei figli naturali e legittimi, e, quindi, di parità di trattamento anche per quanto riguarda l’obbligo del mantenimento“, con conseguente applicazione dell’art. 148 c.c..

Con riguardo alla quantificazione dell’assegno di divorzio, deve escludersi la necessità di una puntuale considerazione da parte del giudice di tutti i parametri di riferimento indicati dall’art. 5 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74, per la determinazione dell’importo spettante all’ex coniuge, anche in relazione alle deduzioni ed alle richieste delle parti, salva restando la valutazione della loro influenza sulla misura dell’assegno.

Con un reddito mensile netto di circa 1.600,00 Euro il ricorrente, considerato che con tale reddito deve provvedere al proprio mantenimento ed alle spese fisse che riguardano la gestione familiare, non è in grado di destinare al mantenimento di ciascuno degli altri due figli naturali un importo mensile di Euro 400,00, per cui, secondo la Corte, è apparso maggiormente conforme alla normativa summenzionata l’importo di Euro 300,00 mensili riconosciuto dal tribunale.

Anche tutti i motivi di ricorso dal secondo al ventiduesimo motivo, con i quali l’uomo lamentava l’attribuzione alla signora di un assegno di divorzio di 150,00 Euro mensili e la determinazione della decorrenza dell’attribuzione dell’assegno stesso dalla pubblicazione della pronuncia di primo grado (1 marzo 2005) con rivalutazione secondo gli indici Istat dal marzo 2006, sono stati ritenuti  infondati.

L’art. 5 della legge n. 898 del 1970, come modificato dalla l. n. 74 del 1987, dispone che con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.

Dispone, inoltre, che la sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria e che, in caso di palese iniquità, può escluderne la previsione, ma con motivata decisione.

In relazione a tale disposizione, la Suprema Corte di Cassazione evidenzia di aver già ampiamente specificato i seguenti principi:

1) l’accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato verificando l’adeguatezza o meno dei mezzi del coniuge richiedente alla conservazione di un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio, intendendo per tale quello che i coniugi tenevano o avrebbero potuto tenere in base ai loro redditi (cfr. tra le molte: Cass. n. 19446 del 2005; Cass. n. 13169 del 2004; n. 15055 del 2000);

2) con riguardo alla quantificazione dell’assegno di divorzio, deve escludersi la necessità di una puntuale considerazione, da parte del giudice che dia adeguata giustificazione della propria decisione, di tutti, contemporaneamente, i parametri di riferimento indicati dall’art. 5 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987 n. 74, per la determinazione dell’importo spettante all’ex coniuge, anche in relazione alle deduzioni ed alle richieste delle parti, salva restando la valutazione della loro influenza sulla misura dell’assegno (cfr. Cass. n. 13169 del 2004; n. 10210 del 2005 ).

Il giudice a quo nel riconoscere e quantificare l’assegno di divorzio attribuito alla ex moglie si è attenuto a questi principi, avendo valutato la condizione in cui si trovavano gli ex coniugi in costanza di matrimonio e considerato, per quanto riguarda il ricorrente, la circostanza della nascita di due figli naturali, avuti dalla convivente, e delle ulteriori responsabilità derivanti dalle nuove nascite.

Tenendo conto anche di ciò, la Corte ha ritenuto corretta la valutazione effettuata dai Giudici nella sentenza di secondo grado in ordine alle potenzialità reddituali di entrambe le parti, ritenendo implicitamente che quelle attuali non differissero sostanzialmente da quelle esistenti in costanza di matrimonio, pervenendo così al riconoscimento ed alla determinazione dell’assegno di divorzio di Euro 150,00.

Il ricorrente lamentava, altresì, l’illegittimità della determinazione dell’assegno divorzile in favore della ex moglie, ma anche tale censura è stata ritenuta infondata dalla Corte che ha ritenuto la sentenza adeguatamente e logicamente motivata in ordine agli elementi di prova considerati essenziali e decisivi ai fini della decisione e che, comunque, ha rilevato l’impossibilità di un riesame nel merito della questione, riesame oggettivamente precluso in sede di legittimità.

In ordine alla richiesta di una diversa decorrenza dell’assegno di mantenimento per la figlia legittima e della relativa rivalutazione, queste censure sono state considerate infondate.

Infatti, nella motivazione della sentenza in esame, si evidenzia la parte in cui la Corte ricorda che, “in tema di separazione o divorzio e nella ipotesi in cui uno dei coniugi abbia chiesto un assegno di mantenimento per i figli, la domanda, se ritenuta fondata, deve essere accolta, in mancanza di espresse limitazioni, dalla sua proposizione e non da quella della sentenza, atteso che i diritti ed i doveri dei genitori verso la prole, salve le implicazioni dei provvedimenti relativi all’affidamento, non subiscono alcuna variazione a seguito della pronuncia di separazione o divorzio, rimanendo identico l’obbligo di ciascuno dei coniugi di contribuire in proporzione delle sue capacità, all’assistenza ed al mantenimento dei figli (cfr. Cass. n. 21087 del 2005; Cass. n. 317 del 1998; Cass. n. 3050 del 1994)”.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 10 marzo – 11 aprile 2011, n. 8227

Svolgimento del processo

 

Con sentenza non definitiva, depositata il 4.7.2003, il Tribunale di Roma pronunciava la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto da G..C. e da D.B.M. , disponendo la prosecuzione della causa per la decisione delle ulteriori domande.

Con sentenza definitiva 21.1-1.3.2005 il medesimo Tribunale affidava la figlia G. alla madre, regolamentando le sue frequentazioni con il padre; determinava il contributo dovuto da quest’ultimo per il mantenimento della figlia minore in Euro 300,00 mensili con decorrenza dal febbraio 2005; escludeva il diritto della D.B. a percepire un assegno di divorzio.

Avverso detta sentenza M..D.B. proponeva appello dinanzi alla Corte d’Appello di Roma, chiedendo l’aumento dell’assegno di mantenimento della figlia e, per sè, un assegno di divorzio.

Con sentenza 29.3-16.5.2007 la Corte d’Appello, accogliendo per quanto di ragione l’impugnazione della D.B. , determinava il contributo dovuto dal C. per il mantenimento della figlia in Euro 400,00 mensili, con la decorrenza e la rivalutazione disposta dal Tribunale, oltre al 50% delle spese mediche non coperte dal SSN, di quelle scolastiche, nonchè di quelle sportive e ricreative in genere, preventivamente concordate tra i genitori; condannava il C. a corrispondere a M..D.B. un assegno divorzile di 150,00 Euro mensili con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza di primo grado e la rivalutazione secondo gli indici ISTAT dal marzo 2006; condannava, infine, il C. al pagamento delle spese del giudizio di appello.

Avverso detta sentenza G..C. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di trentaquattro motivi. D.B.M. ha resistito con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione di norme del procedimento (artt. 112, 277, 345 e 359 c.p.c.) in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (omessa pronuncia in ordine all’eccezione tempestivamente formulata dal C. di inammissibilità in appello della domanda di attribuzione dell’assegno di divorzio). Deduce il ricorrente di avere tempestivamente sollevato l’eccezione di inammissibilità della domanda dell’assegno di divorzio, rilevando che, siccome l’istanza avversaria non era stata coltivata nel giudizio di primo grado, non essendo stata riproposta in sede di precisazione delle conclusioni, doveva considerarsi rinunciata, per cui non poteva essere riproposta nel giudizio di appello. La domanda, peraltro, era stata formulata in primo grado in modo del tutto generico ed indeterminato, essendo stata richiesta la conferma dell’assegno stabilito in sede di separazione, “dimenticando” che in quella sede non era stato riconosciuto alcun assegno. Il giudice di appello avrebbe omesso di pronunciare su detta eccezione.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione ed omessa applicazione dell’art. 5 comma 6 l. 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato dall’art. 10 l. 6 marzo 1987 n. 74, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c. (riconoscimento del diritto all’assegno di divorzio nonostante la manifesta insussistenza dei presupposti e requisiti richiesti dalla legge).

Lamenta il ricorrente che la Corte di merito abbia posto a suo carico l’obbligo del mantenimento alla ex moglie, nonostante sia risultato in giudizio e sia stato ritenuto nella sentenza impugnata che la D.B. possiede mezzi adeguati al proprio sostentamento ed è comunque in grado di procurarseli.

Con il terzo motivo la ricorrente denuncia contraddittorietà ed illogicità della motivazione in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. (attribuzione dell’assegno divorzile nonostante dalla sentenza impugnata risulti sia l’insussistenza degli elementi costitutivi dello stesso, sia l’irrisoria differenza tra il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e il tenore di vita attuale).

Deduce il ricorrente che vi sarebbe un incontestabile contrasto tra l’avere considerato che il C. si è formato un nuovo nucleo familiare con due nuovi figli che è tenuto a mantenere, che la D.B. ha una potenzialità reddituale superiore a quanto emerge dalla sua dichiarazione, dato che collabora anche alla gestione del bar gestito dalla madre, e l’aver poi riconosciuto alla ex moglie un assegno di divorzio di Euro 150,00. Inoltre un assegno di tale modesto importo sarebbe di per sè indicativo del fatto che non vi sarebbe una rilevanza apprezzabile tra il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e quello attuale.

Con il quarto motivo il ricorrente denuncia difetto assoluto di motivazione in relazione all’artt. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (attribuzione ex novo dell’assegno divorzile senza indicare i giustificati motivi idonei a modificare l’assetto realizzato con i precedenti provvedimenti giudiziali)

Deduce il ricorrente che il riconoscimento ex novo di un assegno di mantenimento al coniuge richiedente, negato sia in sede di separazione sia nel primo grado del giudizio di divorzio, sarebbe ammissibile solo qualora sopravvengano giustificati motivi tali da rendere la sentenza già emessa non più adeguata alle nuove condizioni di fatto o alle nuove esigenze emerse dopo la pronuncia e denunciate dal coniuge istante, mentre nel caso di specie l’assetto realizzato con i provvedimenti precedenti sarebbe rimasto inalterato per più di dieci anni.

Né in primo grado nè in appello controparte aveva denunciato e men che meno provato la sopravvenienza di nuove circostanze.

La Corte di merito avrebbe accolto la domanda di controparte fondando l’attribuzione dell’assegno mai in precedenza riconosciuto esclusivamente sulle più recenti dichiarazioni dei redditi delle parti, senza esporre le ragioni sopravvenute, che giustificavano tale provvedimento.

Con il quinto motivo il ricorrente denuncia violazione e omessa applicazione degli artt. 115, 116 c.p.c. e 2697 c.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c. (accoglimento della domanda di riconoscimento dell’assegno divorzile in assenza di prove proposte e fornite dal coniuge richiedente sul tenore di vita goduto in costanza di matrimonio).

Deduce il ricorrente che avrebbe errato la Corte di merito nel ritenere che il coniuge richiedente l’assegno divorzile non fosse in grado di mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio senza che fosse stato prima provato quale fosse il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio dai coniugi C. – D.B. .

Con il sesto motivo il ricorrente denuncia, in via subordinata, violazione di norme del procedimento (artt. 115 e 116 c.p.c., 2679 c.c.) in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (attribuzione dell’assegno divorzile nonostante la mancanza di prova fornita da controparte o comunque acquisita al processo sul tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio).

Secondo il ricorrente il giudice di merito avrebbe riconosciuto a controparte il diritto all’assegno divorzile in assenza di prove proposte e fornite dalla medesima o, comunque, acquisite al processo, del tenore di vita dei coniugi in costanza di matrimonio.

Con il settimo motivo il ricorrente denuncia violazione e omessa applicazione degli artt. 115, 116 c.p.c. e 2697 c.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 (attribuzione dell’assegno divorzile nonostante la mancanza di prova diretta degli elementi costitutivi dello stesso e nonostante la contestuale sussistenza della prova contraria).

Deduce il ricorrente che la D.B. non avrebbe avanzato con la comparsa di risposta in primo grado (unico scritto difensivo della predetta) richieste istruttorie nè allegato documentazione diretta a provare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, il deterioramento della condizione economica ascrivibile al divorzio, la mancanza di mezzi economici o la oggetti va incapacità economica di procurarseli. Tali prove non sarebbero state fornite od acquisite neppure in grado di appello.

Con l’ottavo motivo il ricorrente denuncia, in via subordinata, violazione di norme del procedimento (artt. 115, 116 c.p.c., 2697 c.c.) in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (riconoscimento del diritto all’assegno divorzile nonostante la mancanza della prova diretta degli elementi costitutivi dello stesso e nonostante la contestuale sussistenza della prova contraria).

Secondo il ricorrente il giudice di merito avrebbe riconosciuto al coniuge istante il diritto all’assegno divorzile, nonostante la mancanza di prova diretta dei fatti costitutivi dello stesso e nonostante la contestuale mancanza di prova contraria.

Con il nono motivo il ricorrente denuncia erroneità e incongruità della motivazione in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 (erroneo e incongruo apprezzamento dell’esito della prova, erronea e incongrua applicazione dell’art. 2697 c.c.).

Secondo il ricorrente il diritto all’assegno divorzile sarebbe stato riconosciuto a controparte malgrado la assoluta assenza di prova dei fatti costitutivi.

Con il decimo motivo il ricorrente denuncia violazione e omessa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c. (omessa valutazione delle prove acquisite nel primo e nel secondo grado del giudizio dimostranti l’insussistenza del diritto all’assegno divorzile).

Lamenta il ricorrente che nel riconoscere il diritto all’assegno di divorzio il giudice di merito non avrebbe tenuto conto di tutta una serie di circostanze dedotte dal ricorrente nella comparsa di costituzione in grado di appello e risultate provate in giudizio e precisamente che la D.B. svolge una stabile e retribuita attività lavorativa, come dalla stessa ammesso in grado di appello; che le condizioni economiche di quest’ultima sono migliorate rispetto a quelle godute all’epoca della convivenza coniugale; che la stessa possiede la capacità di collocarsi utilmente sul mercato; che dall’epoca della separazione la stessa provvede da sè al proprio mantenimento; che dal XXXX abita con la madre e con il fratello e che, quindi, con questi divide le spese di gestione dell’appartamento in cui abita.

Inoltre il giudice di merito avrebbe omesso del tutto di considerare che la nascita di altri due figli ed il relativo obbligo di mantenimento degli stessi avevano valore decisivo e determinante per il rigetto della richiesta dell’assegno di divorzio, costituendo un valido e giustificato motivo di esclusione dello stesso.

La Corte di merito non avrebbe, poi, preso in esame la busta paga del mese di febbraio 2007, dalla quale risultava che il reddito, di cui usufruiva il ricorrente, era di gran lunga inferiore a quello risultante dal CUD e dal 730 del 2006; nè avrebbe considerato che il ricorrente, come risultava dalla documentazione prodotta, era tenuto al pagamento di una rata mensile di Euro 279,60 per un mutuo chiesto alla …………nel 2004.

Con l’undicesimo motivo il ricorrente, in via subordinata, denuncia violazione di norme del procedimento (artt. 115 e 116 c.p.c.) in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (attribuzione dell’assegno divorzile nonostante le prove acquisite nel primo e nel secondo grado di giudizio dimostrino l’insussistenza dei presupposti del diritto medesimo).

Secondo il ricorrente il giudice di merito non avrebbe posto a fondamento della decisione le plurime e concordanti prove acquisite al processo, pur non potendosi oggettivamente escludere la loro rilevanza probatoria e la loto consequenziale incidenza ai fini della decisione.

Con il dodicesimo motivo il ricorrente denuncia omessa motivazione in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. (omessa valutazione di circostanze determinanti e rilevanti per la decisione, provate in giudizio e risultanti dagli atti di causa. Omessa valutazione comparativa delle stesse. Omessa giustificazione dell’implicita scelta di disattendere tali circostanze).

Secondo il ricorrente la Corte di merito avrebbe dovuto esporre l’iter logico, cosa che non avrebbe fatto, che l’aveva portata ad attribuire valore decisivo ad un solo elemento di giudizio acquisito al processo (ossia, la più recente documentazione fiscale prodotta in giudizio dalle parti) e ad escludere contestualmente la rilevanza degli ulteriori plurimi elementi di giudizio acquisiti all’incartamento processuale, in virtù dei quali quel valore decisivo poteva essere infirmato o disatteso.

Con il tredicesimo motivo il ricorrente denuncia motivazione illogica, incoerente e, comunque, insufficiente in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. (attribuzione dell’assegno divorzile in assenza di prova dell’unico parametro individuato nella sentenza impugnata per determinare il tenore di vita da mantenere).

Secondo il ricorrente mancherebbe del tutto la prova dei redditi percepiti dai coniugi in costanza di matrimonio, necessari per stabilire se il reddito della D.B. è idoneo a consentirle di mantenere un tenore di vita analogo a quello che godeva in costanza di matrimonio.

Con il quattordicesimo motivo il ricorrente denuncia illogicità, incoerenza e contraddittorietà della motivazione in riferimento all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. (la sentenza impugnata, pur affermando che il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio va commisurato ai redditi percepiti durante la convivenza, non tiene conto di detto parametro e utilizza un parametro diverso e inammissibile).

Secondo il ricorrente il giudice di merito, pur avendo affermato che il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio va stabilito in base ai redditi percepiti dai coniugi durante la convivenza, si sarebbe limitato a considerare esclusivamente la più recente documentazione fiscale, ossia i redditi percepiti dai coniugi dopo il decorso di più di dieci anni dalla cessazione della convivenza.

Con il quindicesimo motivo il ricorrente denuncia omessa motivazione in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (omessa esposizione dei motivi in fatto e in diritto che hanno portato la Corte di Appello a fondare la propria decisione solo sulla più recente documentazione fiscale. Omessa applicazione dei principi di diritto in materia di adeguatezza dei mezzi del richiedente l’assegno divorzile a conservare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio).

Secondo il ricorrente dal fatto che la sentenza impugnata ha posto a proprio fondamento della propria decisione la valutazione del solo reddito annuale più recente del ricorrente stesso, nonostante la evidente differenza di esso rispetto a quello degli anni precedenti, si dovrebbe desumere che il giudice di merito abbia ritenuto detto reddito prevedibile sviluppo di situazioni e aspettative già presenti durante la convivenza matrimoniale. Se cosè è, la sentenza impugnata avrebbe omesso del tutto di esporre l’iter logico che ha portato il giudice di appello a siffatta conclusione.

Con il sedicesimo motivo il ricorrente denuncia omessa motivazione in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. (omessa valutazione del modesto tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio nei limiti in cui risultava dagli atti di causa).

La Corte di appello avrebbe omesso di valutare circostanze dalle quali risultava che il tenore di vita dei coniugi C. -D.B. in costanza di matrimonio era decisamente modesto.

Con il diciassettesimo motivo il ricorrente denuncia violazione di norme del procedimento (artt. 115 e 116 c.p.c.) in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (omessa valutazione di elementi di prova risultanti dagli atti di causa).

Il giudice di merito nel riconoscere l’assegno divorzile avrebbe omesso di valutare elementi dai quali poteva essere desunto quale fosse il tenore di vita dei coniugi in costanza di matrimonio.

Con il diciottesimo motivo il ricorrente denuncia violazione di norme del procedimento (artt. 112, 113, 345 c.p.c.) in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (pronuncia sulla decorrenza e sulla rivalutazione anticipate dell’assegno divorzile, nonostante la rinuncia in primo grado alla domanda di attribuzione di quest’ultimo- ivi formulata, peraltro, in modo generico e indeterminato, non coltivata e non provata – e la consequenziale non riproponibilità della stessa in appello).

Secondo il ricorrente la D.B. avrebbe rinunciato in primo grado alla domanda di assegno di divorzio e, comunque, l’avrebbe formulata in modo generico ed indeterminato, non avendo indicato la somma richiesta, e l’avrebbe riproposta soltanto nel giudizio di appello. Pertanto il giudice di secondo grado avrebbe errato a riconoscere l’assegno divorzile con decorrenza dalla pronuncia di primo grado e con rivalutazione secondo gli indici ISTAT dal marzo 2006, essendo stata la richiesta di detto assegno avanzata in data successiva con l’atto di appello.

Con il diciannovesimo motivo il ricorrente denuncia erronea applicazione, in ragione della carente ricostruzione della fattispecie concreta, degli artt. 4, comma 10, e 5, comma 7, della legge n. 898/1970, come modificato dalla legge n. 74/1987 in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 (erroneo riconoscimento della decorrenza e della rivalutazione anticipate dell’assegno divorzile).

Deduce il ricorrente che la fattispecie concreta presenterebbe peculiarità tali (il C. percepirebbe una retribuzione mensile netta di poco più di Euro 1.500,00, con i quali, avendo peraltro la convivente disoccupata, dovrebbe provvedere anche al mantenimento di tre figli) da escludere tanto la rivalutazione dell’assegno di mantenimento, quanto la retrodatazione della sua decorrenza.

Con il ventesimo motivo il ricorrente denuncia violazione di norme del procedimento (artt. 24 e 111 Cost., 99 e 101 c.p.c., 2907 c.c.) in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (pronuncia sulla decorrenza e rivalutazione anticipate dell’assegno divorzile senza contraddittorio).

Essendo state riconosciute la decorrenza e la rivalutazione anticipata dell’assegno divorzile in assenza di domanda di parte al ricorrente sarebbe stato del tutto precluso in appello il diritto di difesa sul punto e di esporre le ragioni della inammissibilità e della iniquità della pronuncia censurata.

Con il ventunesimo motivo il ricorrente denuncia difetto di motivazione in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. (omessa motivazione in ordine alla pronuncia di decorrenza e rivalutazione anticipata dell’assegno divorzile).

In assenza di domanda di parte – tanto nel primo quanto nel secondo grado di giudizio – in ordine alla retrodatazione della decorrenza e della rivalutazione dell’assegno divorzile, la Corte di merito era tenuta a motivare adeguatamente la concessione del beneficio non richiesto, esponendo le ragioni che l’avevano portata a riconoscere a controparte un diritto maggiore rispetto a quello domandato.

Con il ventiduesimo motivo il ricorrente denuncia contraddittorietà e illogicità della motivazione in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. (riconoscimento della decorrenza e della rivalutazione dell’assegno divorzile da

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