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«…Un giorno in più di vita, è un giorno in meno di condanna…»

Con questa frase le donne recluse nel Centro penitenziario femminile di Santiago hanno accolto Papa Francesco in visita, chiedendogli di intercedere affinché il sistema giudiziario cileno modifichi il trattamento carcerario per le madri di minori.

Sistema giudiziaro cileno

 

“La maternità non è e non sarà mai un problema, è un dono, uno dei più meravigliosi regali che potete avere.”
E’ ciò che Papa Francesco ha detto in occasione della Sua visita presso il carcere femminile cileno.
Alla donna, ha proseguito, è permesso dare alla luce il futuro, di farlo crescere, non solo per se stessa, ma per tutta la società; ed anche se oggi quelle stesse donne sono private della libertà, non vale lo stesso per la loro dignità.
Del resto, è ciò che è scritto anche nella nostra Carta costituzionale, dove all’art. 13 è stabilito che la libertà personale è inviolabile, né è ammessa forma alcuna di detenzione o altre restrizioni della libertà personale se non nei casi e modi previsti dalla legge.
La pena carceraria, in fondo, è purtroppo paragonabile ad una asportazione chirurgica degli anni di vita di un essere umano, anni letteralmente trapiantati all’interno di quattro mura senza tempo, se non quello dettato della condanna.

Ad oggi, la condizione carceraria è comune in tutto il mondo: un “cimitero di vivi”, espressione che, unitamente a quella di “discarica sociale”, è usata per descrivere le attuali condizioni di vita dietro le sbarre: persone assolutamente comuni che diventano protagoniste di un girone dantesco dove aspettano che la loro pena si consumi, e li consumi.
In Italia, la popolazione carceraria è in crescita esponenziale: in vent’anni le presenze sono più che raddoppiate, passando da 25.804, al 31 Dicembre 1990 a 67.623 del 31 Dicembre 2010.
Nel 2018 sono più di 8000 i detenuti di troppo nelle carceri ormai sull’orlo del collasso.

Sistema giudiziaro cileno2

 

Queste cifre vengono solitamente riassunte in un’espressione ormai nota come “sovraffollamento carcerario”, termine preciso come pochi altri, risultante del superlativo di un superlativo.
Esiste, inoltre, una comprovata correlazione tra severità del regime detentivo e frequenza delle morti per suicidio; eppure, anche in questo mondo “tra color che son sospesi”, la nascita di una nuova vita è possibile, anche per le madri detenute.
L’interrogativo che oggi ci poniamo è il seguente: come si potrebbe desiderare di far nascere un figlio in queste condizioni?
Per rispondere è necessario porci la stessa domanda, ma in riferimento alla società civile odierna, una gabbia d’oro in cui spesso la maternità o il desiderio di essa vengono soffocati, celati e addirittura negati per mantenere un posto di lavoro, uno status sociale, e tutte quelle situazioni in cui una gravidanza costituisce solo un problema.
Alla luce delle considerazioni sin qui svolte allora, sembra poco netta la divisione tra mondo carcerario e società civile, dove anche in regime di libertà, si è costretti a rinunciare ai propri diritti.